Premessa
Parliamo della “base” del basket, della sua pietra angolare. Non ci sono dubbi nel definire il basket come una casa i cui mattoni sono “fondamentali”, ma tutto sta in piedi in modo funzionale se sono usati bene nel gioco, perché la “base” della pallacanestro serve per giocare meglio.
Va da sé che la priorità spetta al gioco, altrimenti la casa, sicuramente non crolla, ma potrebbe essere brutta da vedere. Con i “mattoni” applicati al “gioco della casa”, la fortifichiamo e la rendiamo brillante. In altri termini ,dando la priorità alla cura del gioco, i fondamentali avranno un punto di riferimento immediato e la loro importanza diventa monumentale. Un collegamento semplice, per una partecipazione mentale migliore ,valida per rendere il gioco più efficace. Nelle prime fasce giovanili, dopo il mini basket, quanti sono gli allenatori che passano il tempo della pratica settimanale (allenamento) per fare gare con i fondamentali e poco gioco? Divertimento puro, niente da dire, un bel parcheggio pomeridiano, una giornata tranquilla per i genitori che avranno, alla sera , i bambini felici. Nessuna frustrazione per non avere segnato nemmeno un punto, causa la difesa asfissiante… dell’amico Piero, il “falchetto ruba-palloni”. Gioco e fondamentali vanno bene per la nostra casa, ma in che misura e, soprattutto , come ?
Partiamo dai fondamentali con insegnamento tradizionale oppure dal gioco? Far giocare, partendo dal poco che sanno fare, è un cammino faticoso. Basarsi sui principi di gioco e aspettare, pazientemente, l’apprendimento dello stesso (gioco), lasciando fare la loro esperienza, è dura e a volte frustrante .
I risultati arrivano prima iniziando dai fondamentali, piuttosto che dal gioco. Questo è certo, ma è un vantaggio che non dura sempre perché la didattica è poco stimolante rispetto alla partecipazione mentale del ragazzo, che aderisce senza anima.
Il momento più difficile arriva più avanti, quando solo la conoscenza e la fiducia nelle proprie capacità (non curate per l’autonomia) diventano determinanti.
A 17-19 anni, questo metodo (partendo dai fondamentali) ha prodotto giocatori molto brillanti, ma solo per la fascia d’appartenenza. Infatti, hanno difficoltà ad inserirsi nei livelli semi-professionistici. Magari a 19 anni si possono vincere i campionati italiani di categoria, ma poi viene notte. Il motivo? Almeno due. Oltre all’insegnamento dei fondamentali “senza anima”, non si è pensato al futuro del ragazzo che è rappresentato da un ruolo preciso, valido sempre nel tempo.
Infatti , il basket è “il gioco dei ruoli”. Ognuno dovrebbe portare per la propria squadra l’acqua della sua capacità, accompagnato dalla “conoscenza”, ma soprattutto essere in grado di giocare il più presto possibile nel suo ruolo per il futuro. Un allenatore può individuarlo subito, fin dalle prime fasce. Perché poi non ne tiene conto? Così, se a 19 anni si fa giocare nel ruolo di pivot un ragazzo di 2m, sicuramente non potrà farlo in una fascia più alta, semi-professionistica. Escluso le eccezioni, naturalmente. Che dire? Bisognava pensarci prima, giusto? Dopo, siamo fritti, o quasi, anche se il problema si risolve con la grande determinazione dell’atleta che cambia ruolo.
Nelle giovanili (purtroppo) non si pensa nel modo adeguato al domani del giocatore , non si lavora per permettere un loro probabile inserimento nella categoria superiore, quella semiprofessionistica.
Occorre avere idee chiare e sentimenti precisi, pensandoci fin da quando sono giovanissimi. Qualcuno lo fa, le eccezioni ci sono sempre, nel senso che altri allenatori pensano in un certo modo, perché abbiamo visto esordienti, veramente alti per la loro età, giocare benissimo nel ruolo di playmaker. Va da sé che non può essere una prerogativa dei giocatori “piccoli-e-veloci”, anche altri debbono avere questa possibilità se hanno il “cuore da play”. E’ importante dare a tutti questa possibilità, fare le esperienze che possono scaturire dai vari ruoli, l’abitudine di giocare per il proprio futuro. Dovrebbe essere scontato, ma purtroppo non è cosi.
Le “staffette”, le “gare” e le “feste” dei fondamentali vanno bene , siamo tutti d’accordo. Se però quella è la sola via e si gioca poco in allenamento (5c5), l’impatto col campionato sarà un dramma. Sminuire il valore della gara, la partita di campionato, dire che perdere non significa nulla perché quello che conta è il miglioramento (?), non ci convince, va contro la nostra natura…e quella del ragazzo. A nostro avviso, la gara più bella , quella che dà maggiori soddisfazioni è battere l’altra squadra giocando 5c5 a metà campo e tutto campo. Forse è meno divertente, rispetto la staffetta e i giochi d’avviamento al basket. Le piccole gare , vanno bene solo per il mini-basket. Dopo, occorre mettere i ragazzi di fronte alla realtà rappresentata dal 5c5 con spazi da rispettare, abilità nel battere l’avversario con la palla, senza la stessa e a rimbalzo. Ci sono altri modi per preparare ad interpretare il gioco, adatti per chi giocherebbe “toccando” pochi palloni nel 5c5. Esiste un intero “mondo” fatto d’esercizi che rispecchiano la situazione della gara ,con l’idea di farlo alla massima velocità, con spazi più grandi da sfruttare (si gioca con pochi giocatori in campo) e incentivi vari. Come annunciato, si tratta di esercitarsi nel 2c2, 3c3 o 4c4, in modi diversi e a ritmi vertiginosi, basati sul contropiede.
Queste esercitazione bisogna farle , vanno benissimo, se però non si esagera, se non si pensa , soprattutto ,che quella sia la strada per apprendere il gioco, quello vero, rappresentato dal 5c5. Cosa consigliamo? Anche se andiamo contro-corrente esprimiamo solo la nostra idea. Va da sé che:
Giocare 5c5 a metà campo è molto importante, il 90% delle azioni in gara si svolgono li, in quel contesto. Bisogna farlo spesso, durante l’allenamento e usare poi i fondamentali per coprire le lacune del gioco. Il tiro , il passaggio, il palleggio, la difesa e la combinazione dei fondamentali hanno lo scopo di migliorare il 5c5, fatto nella metà campo e a tutto campo. La casa dei fondamentali avrà un aspetto più gradevole e i “mattoni” permetteranno un gioco brillante…
Cosa dicono in genere gli allenatori? Quale problema si pongono in modo prioritario? “Come si fa a giocare bene se non si conoscono i fondamentali? Se ,invece , si fa molta pratica analitica , il gioco è fatto!” Non siamo d’accordo.
Siamo tutti consapevoli che l’esercitazione sui fondamentali vada fatta, ma in che modo? Bisogna trovare una strada , usando un metodo che renda partecipi i giocatori durante la loro esecuzione , con riferimento al tipo di gioco, tenendo conto del periodo storico in cui viviamo. La strada per un’applicazione costante e partecipativa dei fondamentali bisogna trovarla, in un contesto dove la priorità spetta al gioco. Alcuni allenatori hanno scelto la formula dei “moduli” o “stazioni” con rotazione degli atleti ,che comporta un impegno di molti allenatori ,contemporaneamente.
Dipende ovviamente dal numero delle “stazioni”, ma è un problema superabile se si crede in questo metodo. E’ la soluzione utilizzata dalla Federazione durante i raduni per il reclutamento atleti.
Noi proponiamo un altro metodo per l’apprendimento cosciente dei fondamentali. Deve essere utilizzato l’auto-allenamento, almeno per un po’, magari una volta su tre allenamenti settimanali. Oppure incentivarlo come attività individuale al di fuori degli allenamenti di squadra.
Significa dire al proprio allievo: “Oggi lavoriamo insieme, ma domani rifarai tutto da solo”. Gli stessi esercizi, ma fatti senza la presenza dell’allenatore, da soli.
A Budrio abbiamo fatto l’esperimento, avendo avuto una piccola palestra a disposizione. Come? Permettevamo di arrivare prima, per auto- allenarsi. Era la prima fase. La seconda, si concludeva con l’allenamento agli ordini del Coach.
E’ stata una grande conquista, per partecipazione ,disponibilità e rendimento. Si divertivano? Moltissimo. Si è realizzata però in una situazione ambientale che non tutti possono fare.
C’era la disponibilità , come detto, di una piccola palestra con possibilità di aprirla prima dell’orario stabilito, esattamente per potere fare tutto. L’idea di fare i fondamentali in quel modo è stata molto funzionale.
FONDAMENTALI? ECCO COME APPLICARLI
Il modo migliore per coinvolgere i giovani alla pratica dei fondamentali, fatti con “partecipazione” mentale è l’auto-allenamento.
Questo NON vuol dire che si sostituisce il lavoro dell’allenatore. Impossibile farlo , ed è semplicemente stupido pensarlo. Si devono ripetere tutti gli esercizi fatti insieme al proprio Caoch, ma da soli, in palestra oppure al campetto. Il ragazzo scrive sul quaderno tutto quello che gli ha fatto fare , precedentemente ,l’allenatore.
Se viene in palestra prima del tempo, per l’auto-allenamento, sa cosa fare. Ci sarà un danno o un vantaggio? Che ne dite?
Non è difficile arrivare a comprendere la positività dell’azione. E’ preoccupante per l’allenatore pensare che l’allievo si esercita anche da solo, ma ripetendo le indicazioni del maestro? Riuscire a coinvolgere i ragazzi in questo senso occorre avere un grande entusiasmo. Agli aggiornamenti PAO qualcuno dovrebbe dirlo.
Io l’ho fatto,per tutto quello che riguardava il tiro. Mi hanno solo ascoltato, in silenzio, ma ho avuto anche feed-back positivi.
Riassumendo, la pietra angolare di tutta questa filosofia dipende dalla convinzione ed entusiasmo dell’allenatore. E dal pensare di fare qualcosa di veramente utile per i giovani, di mettere le prime pietre per aiutarli a costruire la loro autonomia.
Se non si ha questo sentimento è inutile parlarne.
Bisogna avere la forza di convincerli e cominciare subito, per dare delle buone abitudini. Tutta la capacità di coinvolgimento dell’allenatore va spesa in questa direzione . Occorre consigliare il bambino a prendere il suo pallone e andare al campetto per vedere come sta l’amico “tabellone”. Saremo ripagati nel tempo.
Facciamogli leggere la favola di “Arturo il Canguro” con la speranza che lo imiti nella produzione del “quaderno personale”.
Come detto , chi crede ,riesce nell’intento, grazie al proprio entusiasmo. Beppe Calandriello ed il sottoscritto, insieme, ci siamo riusciti con i nati del 1992.
Aprivamo la palestra 90’ in anticipo rispetto l’allenamento principale. Pian piano sono approdati tutti. Nessun svaccamento, ma auto-allenamento. E gli allenatori? Guardavano e correggevano, passando accanto ai ragazzi oppure si interveniva su loro richiesta.
Finito il tempo dell’auto-allenamento si cominciava quello collettivo. Altri 90’ , ma di gioco, non esercizi. Che tipo di gioco? 5c5 metà campo e tutto campo. Contro la zona e zona-press, uomo e uomo pressing. Rispetto agli altri coetanei, nei confronti tecnici ai raduni della nazionale, i nostri non erano inferiori nelle esercitazione coi fondamentali ai quali era stata data una valenza personale. Nei raduni per i raggruppamenti della Nazionale si lavorava, per i fondamentali ,coi “moduli”.
Il confronto con i coetanei? Sapevano eseguire le richieste degli istruttori in modo dignitoso: tirare, palleggiare, passare e difendere. Va da sé ,però, che avessero la “prontezza” soprattutto nel gioco.
Come già detto, A Budrio , stavano in palestra tre ore con grande impegno. Mezz’ora sotto la doccia per scherzare, come finale della giornata. Si erano divertiti? Lo ripetiamo ancora, moltissimo. Non sarebbe stato possibile diversamente.
L’abbiamo fatto per due anni. I genitori? Soddisfatti. Come tornavano a casa i ragazzi? Stanchi,ma felici. E lo studio? Bisognava organizzarsi bene, e adempiere il proprio dovere prima dell’allenamento. Lo hanno fatto.
VA DA SE CHE OCCORRE APRIRE UN DISCORSO SUL METODO
LA VERITA’ NASCOSTA
Un giovane allenatore ha diverse scelte da fare e , tra le più importanti, c’è quella del metodo di lavoro. Fondamentalmente ha tre modi per procedere: scelta del metodo analitico che si basa sulla progressione didattica, il metodo globale che parte dal gioco per far conoscere subito lo sport ed il metodo “misto” che, a seconda delle situazioni didattiche utilizza l’uno o l’altro modo di allenare.
In linea di massima chi parte dalla “progressione didattica” deve arrivare, prima o poi al gioco che, per definizione, è il 5c5 (sport di situazioni) da sviluppare a metà e tutto campo.
Chi inizia dal gioco, dovrà poi utilizzare l’esercizio analitico per il miglioramento individuale e di squadra. Qualsiasi metodo venga utilizzato , l’allenatore dovrebbe avere come meta il desiderio di vedere giocare i propri ragazzi in modo autonomo.
Ecco la verità nascosta.
Solo per precisare, non confondiamo però l’autonomia con l’anarchia. E’ sempre l’allenatore che decide come giocare dal p.d.v tecnico; l’autonomia del giocatore si evidenzia dentro questo contesto e va realizzata “leggendo” la difesa.
Quando l’allenatore fa giocare, devono essere appresi i principi del gioco stesso. Sono quelli riferiti allo spazio da rispettare, a muoversi leggendo la difesa e considerando la lettura della partita, a non disturbare il compagno con la palla, ad essere pericolosi in ogni momento, soprattutto a rimbalzo. Nessuno pensi che sia facile, infatti la “lettura” della difesa non è il solo principio da considerare, anche se importante.
Teoricamente il metodo misto è il migliore perché dà la possibilità di soddisfare entrambe le esigenze dell’allenatore. Detta in questo modo sembra che non sia poi tanto difficile scegliere, perché un metodo non esclude l’altro.
Questo è innegabile , ma cominciare in un modo o nell’altro si deve pur fare e questo stabilisce una precisa scelta, un modo di agire dell’allenatore che influenza le abitudini del giocatore. Perciò come s’inizia è fondamentale: analitico o globale?
Le procedure didattiche che l’allenatore utilizza abitueranno il ragazzo in un certo modo. Qui sta il nocciolo della questione. Una la verità che non tutti vedono e “sentono” allo stesso modo perché gli allenatori hanno, ovviamente, fiducia che il loro metodo (scelto) sarà quello giusto. Non credo che si possa essere in disaccordo con quanto detto.
Sarà però il frutto del loro lavoro a stabilire la “rettitudine” del metodo usato, osservando se il ragazzo gioca tendenzialmente in modo autonomo o meno.
Se l’allenatore , durante la gara, suggerisce ad alta voce quello che deve fare il giocatore andiamo in una precisa direzione: la dipendenza.
Ha lavorato molto sul fondamentale analitico e cerca di compensare la mancanza d’abitudine al gioco con la sua voce. La verità è sempre nascosta o siamo noi che non la vogliamo considerare?
Per diventare autonomi c’è una strada da seguire che passa dal lasciar fare un’esperienza personale, dal suggerire parole “guida” per reazioni personali da realizzare in campo contro la difesa, ed abituarli all’auto-allenamento.
Con gli Under 13 (anche prima) si può cominciare anche con l’auto-valutazione e auto-correzione . Lo scopo? Si tende a favorire la partecipazione mentale, caratteristica determinante per l’apprendimento dei fondamentali.
CONTROLLARE IL RISULTATO DELLE PROPRIE IDEE
Che fare se il risultato finale, il fatto d’osservare la mancanza di personalità dei nostri allievi, frustra le nostre aspettative? Penso che siamo tutti d’accordo che si possa sempre cambiare modo d’allenare. Io l’ho fatto, esattamente quando ho compreso che allenavo la “dipendenza” e non l’autonomia. La “casa” costruita con quei mattoni stava in piedi, ma non mi piaceva.
E il lavoro “seminato”? Che fine facevano le abitudini che i giocatori avevano assorbito? I fondamentali venivano comunque appresi, ma senza anima, con poca personalità , individualità rimasta dentro il vestito dell’allenatore. Se si cambia il metodo, per il ragazzo ci saranno modificazioni , correzioni fondamentali, a favore delle giuste abitudini da acquisire perché sfruttate con fiducia. La sua, del ragazzo, naturalmente. La chiave è li, la fiducia e sicurezza di fare bene. Può esserci subito un miglioramento. Non ci saranno danni, non è una tragedia cambiare, perché tutto è recuperabile. In fondo è come quando si cambia allenatore. Il concetto più importante è indirizzato al fatto di comprendere velocemente se si sta percorrendo la strada giusta o meno, senza guardare a “comodità” personali.
Come già detto, ho cambiato metodo perché i miei allievi, allenati nel modo tradizionale diventavano “dipendenti” che è l’opposto dell’essere autonomi. Ho compreso che ,in fondo, non c’è nulla da insegnare quando è tutto da apprendere. Pensiero esagerato? Ripeto, se il ragazzo deve diventare autonomo in campo, una strada da percorrere è rappresentata dal “far fare” un’esperienza, prima d’intervenire con le correzioni, … e promuovere l’auto-allenamento. Su tre allenamenti settimanali bisogna arrivare a far si che uno di questi sia auto-gestito. Leggendo queste parole, qualche allenatore potrebbe svenire. Tranquilli, non faranno cose strane , bensì ripeteranno il lavoro fatto dall’allenatore che, ora, li sta osservando. Si devono abituare pian piano. E poiché passeranno il tempo a giocare, occorre una regola per l’arbitraggio auto-gestito. Noi diciamo: “Se, col possesso di palla e solo in questa situazione, si ritiene di avere subito fallo, “tempestivamente” bisogna dire “fallo!” per sfruttare il vantaggio di tirare un tiro libero più l’addizionale (1+1)”. Qualcuno farà il furbo? Solo inizialmente.
Non credo agli allenatori che non modificano o addirittura non cambiano mai il loro metodo. Hanno raggiunto la perfezione? Molti dicono: “Il basket è sempre lo stesso!” I ragazzi però NON sono sempre gli stessi e nemmeno il tempo storico in cui vivono. Vuol forse dire che gli allenatori non percepiscono la società che cambia? Si modificano le abitudini di vita. Un esempio? Una volta si giocava molto di più e da soli , al campetto. E quando noi usiamo la parola “giocare” vuol dire farlo col 5c5, a metà campo e tutto campo. Il verbo “giocare” può nascondere altri tipi di divertimento che possono portare anche allo “svaccamento”, che è il degrado del gioco. Molti allenatori fanno “giocare” 1c1, 2c2, 3c3 e , al massimo, 4c4. Giustificano il fatto di non averli fatti giocare 5c5 perché basta realizzarlo nella gara del campionato. Senza l’esperienza dell’allenamento sarà un dramma!
Cosa voglio dire? Per i ragazzi fare, improvvisamente, quel genere d’esperienza, non provato in allenamento, risulterà negativo. Le abitudini recepite sono di natura diversa. Infatti, per giocare il 5c5 occorre raggiungere una fiducia personale nei fondamentali da utilizzare in gara, diversa da quella recepita nei giochi d’avviamento.
Fiducia in se stessi, ritorniamo sempre a “bomba”, su questo concetto “autonomo”. Pensate solo agli spazi da utilizzare, senza disturbare il compagno con la palla. Sarà possibile abituarsi a farlo in gara senza averlo provato e ri-provato in allenamento?
Se è possibile optare sulla scelta del metodo, la preferenza dovrebbe tenere conto di tante esigenze , rispettando le priorità delle stesse. E’ una cosa possibile? Conosco allenatori che hanno sempre allenato nello stesso modo, pensavano di essere nel giusto e sono sempre stati gli allievi che hanno dovuto (comunque ) adattarsi. Appartengono però ad un periodo storico passato. In quello presente , i ragazzi smetterebbero subito di presentarsi in palestra . E’ già capitato.
C’è un altro aspetto della medaglia. Molti allenatori hanno preferito abbandonare l’attività di Coach , piuttosto che cambiare. Non hanno adattato il loro metodo ai mutamenti sociali. “Cosa c’entrano col basket? Lo sport è sempre lo stesso!” Verissimo, ma lo ripetiamo , non i ragazzi. Quando cominciano l’attività sportiva, non sono sempre uguali ed hanno abitudini diverse. Sono molto cambiati e lo fanno continuamente, presentandosi in palestra con caratteristiche particolari, proprie del loro tempo storico. Spesso, non gli par vero accettare tutto quello che l’allenatore propone , con forte personalità. Fa parte delle comodità recepite del loro tempo.
Attenzione però, instaurare un rapporto di dipendenza col giocatore non va bene, lo sconsiglio con forza. Bisogna metterlo alla prova. Se sogna di diventare bravo, accetterà l’auto-allenamento.
Quanti sono gli allenatori che cambiano il modo di allenare per una “scintilla” che si è accesa nel loro cervello? Questo , solo per dire che non si può pensare di avere la verità in tasca, per sempre. A mio avviso, quella verità deve confrontarsi col risultato della dipendenza oppure autonomia. Si deve considerare anche il periodo storico, che consiglia in cambiamento.
Tra i vari bisogni che il metodo deve tener conto c’è quindi l’esigenza del “giocare” che è un bisogno primario per i ragazzi. Se giocano spesso, l’allenatore non è escluso dall’apprendimento del giocatore, come molti pensano. Deve sempre constatare e continuamente verificare la crescita tecnica, dentro il suo modulo di gioco, che tiene conto dell’interpretazione personale, fino al raggiungimento dell’autonomia dell’allievo.
Spero che siate tutti d’accordo anche perché ho sottolineato spesso cosa s’intende per autonomia, scrivendo un capitolo a parte. E non si deve pensare che sia un livello mentale che appartiene solo al grande campione. Anche i giocatori di medio livello possono esprimere un valore d’autonomia raggiunta. Tantissimi miei allievi ci sono riusciti. E’ una verità che deve uscire allo scoperto.
L’autonomia è la capacità d’auto-regolamentarsi, ovvero l’attitudine di organizzare i propri comportamenti tecnici , quindi eseguire le proprie scelte con riferimento a se stessi, agli avversari e ai propri compagni.
Un giocatore “sottomesso” tecnicamente all’allenatore sarà sempre in balia degli avversari. E sarà “tristo che puzza!” Come diceva il grande Cresimir Cosic. Dipende dal metodo scelto dall’allenatore oppure dallo stesso giocatore? Da entrambi, a mio avviso. Purtroppo chi utilizza il metodo analitico, mette in evidenza la propria centralità dell’insegnamento, non si pone (involontariamente) il problema del periodo storico in cui sta allenando e nemmeno dell’autonomia da raggiungere. Perché dico questo? Semplicemente perché al centro dell’insegnamento c’è l’allenatore che ha in tasca la verità e non il giocatore che dovrebbe scoprirla, facendo la propria esperienza. Quali sono i feedback, le risposte a questo pensiero?
“Se non insegno con gli esercizi, a cosa servo? Il gioco lo impareranno dopo” E’ la voce dell’allenatore che non cambia metodo perché si sentirebbe inutile e fuori dal contesto. Non riconosce al gioco una valenza d’insegnamento tale che valga la pena di utilizzarlo, per molto tempo, durante l’allenamento.
Ci sono allenatori che fanno sentire continuamente la loro voce , in modo anche divertente e piacevole ,proprio nel proporre allenamenti , che sono anche belli da vedere. A volte c’è un vero spettacolo in campo! Cambiano continuamente gli esercizi e si passa un tempo per la comprensione degli stessi. Intervengono nella correzione in modo spiritoso, sono creatori dello show. E’ un modo per far divertire gli allievi. Altri invece non parlano, o quasi, e si sente ogni tanto la voce dei giocatori, che stanno giocando, oppure si nota lo sforzo della loro sofferenza nell’impegno difensivo . Due modi diversi di allenare.
L’allenatore che parla poco è perché vuol dare la possibilità di esprimere quello che i giocatori vogliono, cerca di far fare esperienza ai ragazzi. Una strada importante per l’autonomia. E la correzione? Viene sempre fatta, ma senza persecuzione.
Vorrei chiedere agli allenatori che si propongono, ponendosi sempre al ”centro” dell’allenamento: “Se ti rendessi conto del mancato raggiungimento della grande meta (autonomia del giocatore) cambieresti il metodo?” E questo è il primo scoglio da superare, un problema che passa attraverso l’esperienza del Coach. Gli interessa veramente che l’allievo diventi autonomo? Ripeto, per sottolineare , che si può e si deve cambiare, fa parte del “mestiere” del Coach, ma solo se lo si ritiene utile.
L’allenatore rimane ugualmente il punto di riferimento, il centro dell’apprendimento del ragazzo . La definizione giusta del suo lavoro corrisponde al fatto che deve essere un facilitatore d’apprendimento. Deve coinvolgere mentalmente alla risoluzione dei suoi problemi, lasciare che sbagli per dargli la possibilità d’auto-correggersi.
Poi, bisogna intervenire tenendo conto che può essere permaloso. Questo tipo di cambiamento del metodo dovrebbe avverarsi proprio ogni volta che ci si accorge di non essere nel giusto. Non è sufficiente leggere i libri, oppure frequentare gli aggiornamenti, bisogna sperimentare ed aprire il cervello.
Cosa ci vuole a comprendere che l’autonomia passa attraverso l’apprendimento del ragazzo e non all’insegnamento proposto dall’alto? Che è importante lasciare fare, per un po’ di tempo, la loro sperimentazione, anche se a volte è orribile da guardare.
Cos’è poi questa esperienza personale? Per il ragazzo è il momento per confrontare quello che ha “dentro” con quello che deve apprendere …e fare poi la “scelta” del movimento migliore. E’ la base per la correzione, dettata dall’allenatore , ma anche compresa dal giocatore. Non è solamente la mia opinione, basta leggere la fisiologia dell’apprendimento.
Il metodo diventa una materia aperta, non un risultato chiuso , già trattato e consolidato, come molti pensano. Infatti, qualcuno ha detto che è un argomento sul quale non c’è più nulla da dire. Sarà vero? Penso, invece, che vada di volta in volta inventato o almeno adattato ai ragazzi che arrivano in palestra , sempre diversi da quelli che precedentemente abbiamo allenato. E il periodo storico? E’ uno dei tanti motivi che ci costringe a cambiare le nostre vecchie abitudini d’allenamento.
Muta le esigenze dei ragazzi , le loro abitudini e personalità. L’insegnamento del basket deve adattarsi, l’allenatore dovrebbe adoperarsi per sviluppare l’apprendimento…che è diverso dall’insegnamento. Troppo impegnativo?
Iniziare ad allenare in un modo, piuttosto che un altro è dunque importante. L’allenatore è in trappola!!! Deve fare una scelta.
Che ognuno inizi pure come vuole , ma la meta, la verità nascosta dalla quale non si può sfuggire è li che aspetta: l’autonomia tecnica.
Molti la chiamano la grande meta dell’allenatore e per raggiungerla hanno tracciato la via: cominciare a convincere i propri allievi sull’auto-allenamento. E’ l’esperienza del “quaderno”, il compagno “segreto” di “Arturo il Canguro”.
Si continua con la possibilità di lasciare uno spazio per la gestione dell’auto-allenamento di squadra. Ci sono delle regole da rispettare e i ragazzi alla fine giocano con impegno. Ci vuole tempo e, gradualmente, andare avanti su questa strada.
In un anno si può arrivare (alla fine dello stesso), a permettere ,un allenamento su tre , che i propri ragazzi si allenino con l’auto-gestione di squadra.
Quello che scrivo è esattamente la nostra attività di quest’anno (2010) fatta coi bambini del ’98, mentre frequentavano la prima media inferiore.






















