FONDAMENTALI: LA VERITA’ NASCOSTA

July 17th, 2010

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Premessa
Parliamo della “base” del basket, della sua pietra angolare. Non ci sono dubbi nel definire il basket come una casa i cui mattoni sono “fondamentali”, ma tutto sta in piedi in modo funzionale se sono usati bene nel gioco, perché la “base” della pallacanestro serve per giocare meglio.

Va da sé che la priorità spetta al gioco, altrimenti la casa, sicuramente non crolla, ma potrebbe essere brutta da vedere. Con i “mattoni” applicati al “gioco della casa”, la fortifichiamo e la rendiamo brillante. In altri termini ,dando la priorità alla cura del gioco, i fondamentali avranno un punto di riferimento immediato e la loro importanza diventa monumentale. Un collegamento semplice, per una partecipazione mentale migliore ,valida per rendere il gioco più efficace. Nelle prime fasce giovanili, dopo il mini basket, quanti sono gli allenatori che passano il tempo della pratica settimanale (allenamento) per fare gare con i fondamentali e poco gioco? Divertimento puro, niente da dire, un bel parcheggio pomeridiano, una giornata tranquilla per i genitori che avranno, alla sera , i bambini felici. Nessuna frustrazione per non avere segnato nemmeno un punto, causa la difesa asfissiante… dell’amico Piero, il “falchetto ruba-palloni”. Gioco e fondamentali vanno bene per la nostra casa, ma in che misura e, soprattutto , come ?

Partiamo dai fondamentali con insegnamento tradizionale oppure dal gioco? Far giocare, partendo dal poco che sanno fare, è un cammino faticoso. Basarsi sui principi di gioco e aspettare, pazientemente, l’apprendimento dello stesso (gioco), lasciando fare la loro esperienza, è dura e a volte frustrante .
I risultati arrivano prima iniziando dai fondamentali, piuttosto che dal gioco. Questo è certo, ma è un vantaggio che non dura sempre perché la didattica è poco stimolante rispetto alla partecipazione mentale del ragazzo, che aderisce senza anima.
Il momento più difficile arriva più avanti, quando solo la conoscenza e la fiducia nelle proprie capacità (non curate per l’autonomia) diventano determinanti.

A 17-19 anni, questo metodo (partendo dai fondamentali) ha prodotto giocatori molto brillanti, ma solo per la fascia d’appartenenza. Infatti, hanno difficoltà ad inserirsi nei livelli semi-professionistici. Magari a 19 anni si possono vincere i campionati italiani di categoria, ma poi viene notte. Il motivo? Almeno due. Oltre all’insegnamento dei fondamentali “senza anima”, non si è pensato al futuro del ragazzo che è rappresentato da un ruolo preciso, valido sempre nel tempo.
Infatti , il basket è “il gioco dei ruoli”. Ognuno dovrebbe portare per la propria squadra l’acqua della sua capacità, accompagnato dalla “conoscenza”, ma soprattutto essere in grado di giocare il più presto possibile nel suo ruolo per il futuro. Un allenatore può individuarlo subito, fin dalle prime fasce. Perché poi non ne tiene conto? Così, se a 19 anni si fa giocare nel ruolo di pivot un ragazzo di 2m, sicuramente non potrà farlo in una fascia più alta, semi-professionistica. Escluso le eccezioni, naturalmente. Che dire? Bisognava pensarci prima, giusto? Dopo, siamo fritti, o quasi, anche se il problema si risolve con la grande determinazione dell’atleta che cambia ruolo.

Nelle giovanili (purtroppo) non si pensa nel modo adeguato al domani del giocatore , non si lavora per permettere un loro probabile inserimento nella categoria superiore, quella semiprofessionistica.
Occorre avere idee chiare e sentimenti precisi, pensandoci fin da quando sono giovanissimi. Qualcuno lo fa, le eccezioni ci sono sempre, nel senso che altri allenatori pensano in un certo modo, perché abbiamo visto esordienti, veramente alti per la loro età, giocare benissimo nel ruolo di playmaker. Va da sé che non può essere una prerogativa dei giocatori “piccoli-e-veloci”, anche altri debbono avere questa possibilità se hanno il “cuore da play”. E’ importante dare a tutti questa possibilità, fare le esperienze che possono scaturire dai vari ruoli, l’abitudine di giocare per il proprio futuro. Dovrebbe essere scontato, ma purtroppo non è cosi.

Le “staffette”, le “gare” e le “feste” dei fondamentali vanno bene , siamo tutti d’accordo. Se però quella è la sola via e si gioca poco in allenamento (5c5), l’impatto col campionato sarà un dramma. Sminuire il valore della gara, la partita di campionato, dire che perdere non significa nulla perché quello che conta è il miglioramento (?), non ci convince, va contro la nostra natura…e quella del ragazzo. A nostro avviso, la gara più bella , quella che dà maggiori soddisfazioni è battere l’altra squadra giocando 5c5 a metà campo e tutto campo. Forse è meno divertente, rispetto la staffetta e i giochi d’avviamento al basket. Le piccole gare , vanno bene solo per il mini-basket. Dopo, occorre mettere i ragazzi di fronte alla realtà rappresentata dal 5c5 con spazi da rispettare, abilità nel battere l’avversario con la palla, senza la stessa e a rimbalzo. Ci sono altri modi per preparare ad interpretare il gioco, adatti per chi giocherebbe “toccando” pochi palloni nel 5c5. Esiste un intero “mondo” fatto d’esercizi che rispecchiano la situazione della gara ,con l’idea di farlo alla massima velocità, con spazi più grandi da sfruttare (si gioca con pochi giocatori in campo) e incentivi vari. Come annunciato, si tratta di esercitarsi nel 2c2, 3c3 o 4c4, in modi diversi e a ritmi vertiginosi, basati sul contropiede.
Queste esercitazione bisogna farle , vanno benissimo, se però non si esagera, se non si pensa , soprattutto ,che quella sia la strada per apprendere il gioco, quello vero, rappresentato dal 5c5. Cosa consigliamo? Anche se andiamo contro-corrente esprimiamo solo la nostra idea. Va da sé che:

Giocare 5c5 a metà campo è molto importante, il 90% delle azioni in gara si svolgono li, in quel contesto. Bisogna farlo spesso, durante l’allenamento e usare poi i fondamentali per coprire le lacune del gioco. Il tiro , il passaggio, il palleggio, la difesa e la combinazione dei fondamentali hanno lo scopo di migliorare il 5c5, fatto nella metà campo e a tutto campo. La casa dei fondamentali avrà un aspetto più gradevole e i “mattoni” permetteranno un gioco brillante…

Cosa dicono in genere gli allenatori? Quale problema si pongono in modo prioritario? “Come si fa a giocare bene se non si conoscono i fondamentali? Se ,invece , si fa molta pratica analitica , il gioco è fatto!” Non siamo d’accordo.
Siamo tutti consapevoli che l’esercitazione sui fondamentali vada fatta, ma in che modo? Bisogna trovare una strada , usando un metodo che renda partecipi i giocatori durante la loro esecuzione , con riferimento al tipo di gioco, tenendo conto del periodo storico in cui viviamo. La strada per un’applicazione costante e partecipativa dei fondamentali bisogna trovarla, in un contesto dove la priorità spetta al gioco. Alcuni allenatori hanno scelto la formula dei “moduli” o “stazioni” con rotazione degli atleti ,che comporta un impegno di molti allenatori ,contemporaneamente.
Dipende ovviamente dal numero delle “stazioni”, ma è un problema superabile se si crede in questo metodo. E’ la soluzione utilizzata dalla Federazione durante i raduni per il reclutamento atleti.

Noi proponiamo un altro metodo per l’apprendimento cosciente dei fondamentali. Deve essere utilizzato l’auto-allenamento, almeno per un po’, magari una volta su tre allenamenti settimanali. Oppure incentivarlo come attività individuale al di fuori degli allenamenti di squadra.
Significa dire al proprio allievo: “Oggi lavoriamo insieme, ma domani rifarai tutto da solo”. Gli stessi esercizi, ma fatti senza la presenza dell’allenatore, da soli.

A Budrio abbiamo fatto l’esperimento, avendo avuto una piccola palestra a disposizione. Come? Permettevamo di arrivare prima, per auto- allenarsi. Era la prima fase. La seconda, si concludeva con l’allenamento agli ordini del Coach.
E’ stata una grande conquista, per partecipazione ,disponibilità e rendimento. Si divertivano? Moltissimo. Si è realizzata però in una situazione ambientale che non tutti possono fare.
C’era la disponibilità , come detto, di una piccola palestra con possibilità di aprirla prima dell’orario stabilito, esattamente per potere fare tutto. L’idea di fare i fondamentali in quel modo è stata molto funzionale.

FONDAMENTALI? ECCO COME APPLICARLI

Il modo migliore per coinvolgere i giovani alla pratica dei fondamentali, fatti con “partecipazione” mentale è l’auto-allenamento.
Questo NON vuol dire che si sostituisce il lavoro dell’allenatore. Impossibile farlo , ed è semplicemente stupido pensarlo. Si devono ripetere tutti gli esercizi fatti insieme al proprio Caoch, ma da soli, in palestra oppure al campetto. Il ragazzo scrive sul quaderno tutto quello che gli ha fatto fare , precedentemente ,l’allenatore.
Se viene in palestra prima del tempo, per l’auto-allenamento, sa cosa fare. Ci sarà un danno o un vantaggio? Che ne dite?
Non è difficile arrivare a comprendere la positività dell’azione. E’ preoccupante per l’allenatore pensare che l’allievo si esercita anche da solo, ma ripetendo le indicazioni del maestro? Riuscire a coinvolgere i ragazzi in questo senso occorre avere un grande entusiasmo. Agli aggiornamenti PAO qualcuno dovrebbe dirlo.
Io l’ho fatto,per tutto quello che riguardava il tiro. Mi hanno solo ascoltato, in silenzio, ma ho avuto anche feed-back positivi.

Riassumendo, la pietra angolare di tutta questa filosofia dipende dalla convinzione ed entusiasmo dell’allenatore. E dal pensare di fare qualcosa di veramente utile per i giovani, di mettere le prime pietre per aiutarli a costruire la loro autonomia.
Se non si ha questo sentimento è inutile parlarne.

Bisogna avere la forza di convincerli e cominciare subito, per dare delle buone abitudini. Tutta la capacità di coinvolgimento dell’allenatore va spesa in questa direzione . Occorre consigliare il bambino a prendere il suo pallone e andare al campetto per vedere come sta l’amico “tabellone”. Saremo ripagati nel tempo.
Facciamogli leggere la favola di “Arturo il Canguro” con la speranza che lo imiti nella produzione del “quaderno personale”.

Come detto , chi crede ,riesce nell’intento, grazie al proprio entusiasmo. Beppe Calandriello ed il sottoscritto, insieme, ci siamo riusciti con i nati del 1992.
Aprivamo la palestra 90’ in anticipo rispetto l’allenamento principale. Pian piano sono approdati tutti. Nessun svaccamento, ma auto-allenamento. E gli allenatori? Guardavano e correggevano, passando accanto ai ragazzi oppure si interveniva su loro richiesta.
Finito il tempo dell’auto-allenamento si cominciava quello collettivo. Altri 90’ , ma di gioco, non esercizi. Che tipo di gioco? 5c5 metà campo e tutto campo. Contro la zona e zona-press, uomo e uomo pressing. Rispetto agli altri coetanei, nei confronti tecnici ai raduni della nazionale, i nostri non erano inferiori nelle esercitazione coi fondamentali ai quali era stata data una valenza personale. Nei raduni per i raggruppamenti della Nazionale si lavorava, per i fondamentali ,coi “moduli”.
Il confronto con i coetanei? Sapevano eseguire le richieste degli istruttori in modo dignitoso: tirare, palleggiare, passare e difendere. Va da sé ,però, che avessero la “prontezza” soprattutto nel gioco.

Come già detto, A Budrio , stavano in palestra tre ore con grande impegno. Mezz’ora sotto la doccia per scherzare, come finale della giornata. Si erano divertiti? Lo ripetiamo ancora, moltissimo. Non sarebbe stato possibile diversamente.
L’abbiamo fatto per due anni. I genitori? Soddisfatti. Come tornavano a casa i ragazzi? Stanchi,ma felici. E lo studio? Bisognava organizzarsi bene, e adempiere il proprio dovere prima dell’allenamento. Lo hanno fatto.

VA DA SE CHE OCCORRE APRIRE UN DISCORSO SUL METODO

LA VERITA’ NASCOSTA

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Un giovane allenatore ha diverse scelte da fare e , tra le più importanti, c’è quella del metodo di lavoro. Fondamentalmente ha tre modi per procedere: scelta del metodo analitico che si basa sulla progressione didattica, il metodo globale che parte dal gioco per far conoscere subito lo sport ed il metodo “misto” che, a seconda delle situazioni didattiche utilizza l’uno o l’altro modo di allenare.
In linea di massima chi parte dalla “progressione didattica” deve arrivare, prima o poi al gioco che, per definizione, è il 5c5 (sport di situazioni) da sviluppare a metà e tutto campo.

Chi inizia dal gioco, dovrà poi utilizzare l’esercizio analitico per il miglioramento individuale e di squadra. Qualsiasi metodo venga utilizzato , l’allenatore dovrebbe avere come meta il desiderio di vedere giocare i propri ragazzi in modo autonomo.
Ecco la verità nascosta.
Solo per precisare, non confondiamo però l’autonomia con l’anarchia. E’ sempre l’allenatore che decide come giocare dal p.d.v tecnico; l’autonomia del giocatore si evidenzia dentro questo contesto e va realizzata “leggendo” la difesa.
Quando l’allenatore fa giocare, devono essere appresi i principi del gioco stesso. Sono quelli riferiti allo spazio da rispettare, a muoversi leggendo la difesa e considerando la lettura della partita, a non disturbare il compagno con la palla, ad essere pericolosi in ogni momento, soprattutto a rimbalzo. Nessuno pensi che sia facile, infatti la “lettura” della difesa non è il solo principio da considerare, anche se importante.

Teoricamente il metodo misto è il migliore perché dà la possibilità di soddisfare entrambe le esigenze dell’allenatore. Detta in questo modo sembra che non sia poi tanto difficile scegliere, perché un metodo non esclude l’altro.

Questo è innegabile , ma cominciare in un modo o nell’altro si deve pur fare e questo stabilisce una precisa scelta, un modo di agire dell’allenatore che influenza le abitudini del giocatore. Perciò come s’inizia è fondamentale: analitico o globale?
Le procedure didattiche che l’allenatore utilizza abitueranno il ragazzo in un certo modo. Qui sta il nocciolo della questione. Una la verità che non tutti vedono e “sentono” allo stesso modo perché gli allenatori hanno, ovviamente, fiducia che il loro metodo (scelto) sarà quello giusto. Non credo che si possa essere in disaccordo con quanto detto.

Sarà però il frutto del loro lavoro a stabilire la “rettitudine” del metodo usato, osservando se il ragazzo gioca tendenzialmente in modo autonomo o meno.
Se l’allenatore , durante la gara, suggerisce ad alta voce quello che deve fare il giocatore andiamo in una precisa direzione: la dipendenza.
Ha lavorato molto sul fondamentale analitico e cerca di compensare la mancanza d’abitudine al gioco con la sua voce. La verità è sempre nascosta o siamo noi che non la vogliamo considerare?
Per diventare autonomi c’è una strada da seguire che passa dal lasciar fare un’esperienza personale, dal suggerire parole “guida” per reazioni personali da realizzare in campo contro la difesa, ed abituarli all’auto-allenamento.
Con gli Under 13 (anche prima) si può cominciare anche con l’auto-valutazione e auto-correzione . Lo scopo? Si tende a favorire la partecipazione mentale, caratteristica determinante per l’apprendimento dei fondamentali.

CONTROLLARE IL RISULTATO DELLE PROPRIE IDEE

Che fare se il risultato finale, il fatto d’osservare la mancanza di personalità dei nostri allievi, frustra le nostre aspettative? Penso che siamo tutti d’accordo che si possa sempre cambiare modo d’allenare. Io l’ho fatto, esattamente quando ho compreso che allenavo la “dipendenza” e non l’autonomia. La “casa” costruita con quei mattoni stava in piedi, ma non mi piaceva.

E il lavoro “seminato”? Che fine facevano le abitudini che i giocatori avevano assorbito? I fondamentali venivano comunque appresi, ma senza anima, con poca personalità , individualità rimasta dentro il vestito dell’allenatore. Se si cambia il metodo, per il ragazzo ci saranno modificazioni , correzioni fondamentali, a favore delle giuste abitudini da acquisire perché sfruttate con fiducia. La sua, del ragazzo, naturalmente. La chiave è li, la fiducia e sicurezza di fare bene. Può esserci subito un miglioramento. Non ci saranno danni, non è una tragedia cambiare, perché tutto è recuperabile. In fondo è come quando si cambia allenatore. Il concetto più importante è indirizzato al fatto di comprendere velocemente se si sta percorrendo la strada giusta o meno, senza guardare a “comodità” personali.

Come già detto, ho cambiato metodo perché i miei allievi, allenati nel modo tradizionale diventavano “dipendenti” che è l’opposto dell’essere autonomi. Ho compreso che ,in fondo, non c’è nulla da insegnare quando è tutto da apprendere. Pensiero esagerato? Ripeto, se il ragazzo deve diventare autonomo in campo, una strada da percorrere è rappresentata dal “far fare” un’esperienza, prima d’intervenire con le correzioni, … e promuovere l’auto-allenamento. Su tre allenamenti settimanali bisogna arrivare a far si che uno di questi sia auto-gestito. Leggendo queste parole, qualche allenatore potrebbe svenire. Tranquilli, non faranno cose strane , bensì ripeteranno il lavoro fatto dall’allenatore che, ora, li sta osservando. Si devono abituare pian piano. E poiché passeranno il tempo a giocare, occorre una regola per l’arbitraggio auto-gestito. Noi diciamo: “Se, col possesso di palla e solo in questa situazione, si ritiene di avere subito fallo, “tempestivamente” bisogna dire “fallo!” per sfruttare il vantaggio di tirare un tiro libero più l’addizionale (1+1)”. Qualcuno farà il furbo? Solo inizialmente.

Non credo agli allenatori che non modificano o addirittura non cambiano mai il loro metodo. Hanno raggiunto la perfezione? Molti dicono: “Il basket è sempre lo stesso!” I ragazzi però NON sono sempre gli stessi e nemmeno il tempo storico in cui vivono. Vuol forse dire che gli allenatori non percepiscono la società che cambia? Si modificano le abitudini di vita. Un esempio? Una volta si giocava molto di più e da soli , al campetto. E quando noi usiamo la parola “giocare” vuol dire farlo col 5c5, a metà campo e tutto campo. Il verbo “giocare” può nascondere altri tipi di divertimento che possono portare anche allo “svaccamento”, che è il degrado del gioco. Molti allenatori fanno “giocare” 1c1, 2c2, 3c3 e , al massimo, 4c4. Giustificano il fatto di non averli fatti giocare 5c5 perché basta realizzarlo nella gara del campionato. Senza l’esperienza dell’allenamento sarà un dramma!
Cosa voglio dire? Per i ragazzi fare, improvvisamente, quel genere d’esperienza, non provato in allenamento, risulterà negativo. Le abitudini recepite sono di natura diversa. Infatti, per giocare il 5c5 occorre raggiungere una fiducia personale nei fondamentali da utilizzare in gara, diversa da quella recepita nei giochi d’avviamento.
Fiducia in se stessi, ritorniamo sempre a “bomba”, su questo concetto “autonomo”. Pensate solo agli spazi da utilizzare, senza disturbare il compagno con la palla. Sarà possibile abituarsi a farlo in gara senza averlo provato e ri-provato in allenamento?

Se è possibile optare sulla scelta del metodo, la preferenza dovrebbe tenere conto di tante esigenze , rispettando le priorità delle stesse. E’ una cosa possibile? Conosco allenatori che hanno sempre allenato nello stesso modo, pensavano di essere nel giusto e sono sempre stati gli allievi che hanno dovuto (comunque ) adattarsi. Appartengono però ad un periodo storico passato. In quello presente , i ragazzi smetterebbero subito di presentarsi in palestra . E’ già capitato.
C’è un altro aspetto della medaglia. Molti allenatori hanno preferito abbandonare l’attività di Coach , piuttosto che cambiare. Non hanno adattato il loro metodo ai mutamenti sociali. “Cosa c’entrano col basket? Lo sport è sempre lo stesso!” Verissimo, ma lo ripetiamo , non i ragazzi. Quando cominciano l’attività sportiva, non sono sempre uguali ed hanno abitudini diverse. Sono molto cambiati e lo fanno continuamente, presentandosi in palestra con caratteristiche particolari, proprie del loro tempo storico. Spesso, non gli par vero accettare tutto quello che l’allenatore propone , con forte personalità. Fa parte delle comodità recepite del loro tempo.
Attenzione però, instaurare un rapporto di dipendenza col giocatore non va bene, lo sconsiglio con forza. Bisogna metterlo alla prova. Se sogna di diventare bravo, accetterà l’auto-allenamento.

Quanti sono gli allenatori che cambiano il modo di allenare per una “scintilla” che si è accesa nel loro cervello? Questo , solo per dire che non si può pensare di avere la verità in tasca, per sempre. A mio avviso, quella verità deve confrontarsi col risultato della dipendenza oppure autonomia. Si deve considerare anche il periodo storico, che consiglia in cambiamento.

Tra i vari bisogni che il metodo deve tener conto c’è quindi l’esigenza del “giocare” che è un bisogno primario per i ragazzi. Se giocano spesso, l’allenatore non è escluso dall’apprendimento del giocatore, come molti pensano. Deve sempre constatare e continuamente verificare la crescita tecnica, dentro il suo modulo di gioco, che tiene conto dell’interpretazione personale, fino al raggiungimento dell’autonomia dell’allievo.
Spero che siate tutti d’accordo anche perché ho sottolineato spesso cosa s’intende per autonomia, scrivendo un capitolo a parte. E non si deve pensare che sia un livello mentale che appartiene solo al grande campione. Anche i giocatori di medio livello possono esprimere un valore d’autonomia raggiunta. Tantissimi miei allievi ci sono riusciti. E’ una verità che deve uscire allo scoperto.

L’autonomia è la capacità d’auto-regolamentarsi, ovvero l’attitudine di organizzare i propri comportamenti tecnici , quindi eseguire le proprie scelte con riferimento a se stessi, agli avversari e ai propri compagni.

Un giocatore “sottomesso” tecnicamente all’allenatore sarà sempre in balia degli avversari. E sarà “tristo che puzza!” Come diceva il grande Cresimir Cosic. Dipende dal metodo scelto dall’allenatore oppure dallo stesso giocatore? Da entrambi, a mio avviso. Purtroppo chi utilizza il metodo analitico, mette in evidenza la propria centralità dell’insegnamento, non si pone (involontariamente) il problema del periodo storico in cui sta allenando e nemmeno dell’autonomia da raggiungere. Perché dico questo? Semplicemente perché al centro dell’insegnamento c’è l’allenatore che ha in tasca la verità e non il giocatore che dovrebbe scoprirla, facendo la propria esperienza. Quali sono i feedback, le risposte a questo pensiero?
“Se non insegno con gli esercizi, a cosa servo? Il gioco lo impareranno dopo” E’ la voce dell’allenatore che non cambia metodo perché si sentirebbe inutile e fuori dal contesto. Non riconosce al gioco una valenza d’insegnamento tale che valga la pena di utilizzarlo, per molto tempo, durante l’allenamento.

Ci sono allenatori che fanno sentire continuamente la loro voce , in modo anche divertente e piacevole ,proprio nel proporre allenamenti , che sono anche belli da vedere. A volte c’è un vero spettacolo in campo! Cambiano continuamente gli esercizi e si passa un tempo per la comprensione degli stessi. Intervengono nella correzione in modo spiritoso, sono creatori dello show. E’ un modo per far divertire gli allievi. Altri invece non parlano, o quasi, e si sente ogni tanto la voce dei giocatori, che stanno giocando, oppure si nota lo sforzo della loro sofferenza nell’impegno difensivo . Due modi diversi di allenare.
L’allenatore che parla poco è perché vuol dare la possibilità di esprimere quello che i giocatori vogliono, cerca di far fare esperienza ai ragazzi. Una strada importante per l’autonomia. E la correzione? Viene sempre fatta, ma senza persecuzione.

Vorrei chiedere agli allenatori che si propongono, ponendosi sempre al ”centro” dell’allenamento: “Se ti rendessi conto del mancato raggiungimento della grande meta (autonomia del giocatore) cambieresti il metodo?” E questo è il primo scoglio da superare, un problema che passa attraverso l’esperienza del Coach. Gli interessa veramente che l’allievo diventi autonomo? Ripeto, per sottolineare , che si può e si deve cambiare, fa parte del “mestiere” del Coach, ma solo se lo si ritiene utile.

L’allenatore rimane ugualmente il punto di riferimento, il centro dell’apprendimento del ragazzo . La definizione giusta del suo lavoro corrisponde al fatto che deve essere un facilitatore d’apprendimento. Deve coinvolgere mentalmente alla risoluzione dei suoi problemi, lasciare che sbagli per dargli la possibilità d’auto-correggersi.
Poi, bisogna intervenire tenendo conto che può essere permaloso. Questo tipo di cambiamento del metodo dovrebbe avverarsi proprio ogni volta che ci si accorge di non essere nel giusto. Non è sufficiente leggere i libri, oppure frequentare gli aggiornamenti, bisogna sperimentare ed aprire il cervello.

Cosa ci vuole a comprendere che l’autonomia passa attraverso l’apprendimento del ragazzo e non all’insegnamento proposto dall’alto? Che è importante lasciare fare, per un po’ di tempo, la loro sperimentazione, anche se a volte è orribile da guardare.
Cos’è poi questa esperienza personale? Per il ragazzo è il momento per confrontare quello che ha “dentro” con quello che deve apprendere …e fare poi la “scelta” del movimento migliore. E’ la base per la correzione, dettata dall’allenatore , ma anche compresa dal giocatore. Non è solamente la mia opinione, basta leggere la fisiologia dell’apprendimento.

Il metodo diventa una materia aperta, non un risultato chiuso , già trattato e consolidato, come molti pensano. Infatti, qualcuno ha detto che è un argomento sul quale non c’è più nulla da dire. Sarà vero? Penso, invece, che vada di volta in volta inventato o almeno adattato ai ragazzi che arrivano in palestra , sempre diversi da quelli che precedentemente abbiamo allenato. E il periodo storico? E’ uno dei tanti motivi che ci costringe a cambiare le nostre vecchie abitudini d’allenamento.
Muta le esigenze dei ragazzi , le loro abitudini e personalità. L’insegnamento del basket deve adattarsi, l’allenatore dovrebbe adoperarsi per sviluppare l’apprendimento…che è diverso dall’insegnamento. Troppo impegnativo?

Iniziare ad allenare in un modo, piuttosto che un altro è dunque importante. L’allenatore è in trappola!!! Deve fare una scelta.
Che ognuno inizi pure come vuole , ma la meta, la verità nascosta dalla quale non si può sfuggire è li che aspetta: l’autonomia tecnica.
Molti la chiamano la grande meta dell’allenatore e per raggiungerla hanno tracciato la via: cominciare a convincere i propri allievi sull’auto-allenamento. E’ l’esperienza del “quaderno”, il compagno “segreto” di “Arturo il Canguro”.
Si continua con la possibilità di lasciare uno spazio per la gestione dell’auto-allenamento di squadra. Ci sono delle regole da rispettare e i ragazzi alla fine giocano con impegno. Ci vuole tempo e, gradualmente, andare avanti su questa strada.
In un anno si può arrivare (alla fine dello stesso), a permettere ,un allenamento su tre , che i propri ragazzi si allenino con l’auto-gestione di squadra.
Quello che scrivo è esattamente la nostra attività di quest’anno (2010) fatta coi bambini del ’98, mentre frequentavano la prima media inferiore.

L’AUTONOMIA NEL BASKET

April 5th, 2010

Quando si parla d’autonomia tecnica ci si richiama alla capacità di auto-regolamentarsi, ovvero alla attitudine di organizzare i propri comportamenti tecnici , quindi eseguire le proprie scelte con riferimento a se stessi, agli avversari e ai propri compagni.

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E’ scritto anche sui libri, ma solo quelli di un certo spessore tecnico. Cosa si dice? Tutti sono d’accordo sul fatto che, nel far “apprendere” il basket, occorre mirare all’autonomia dei propri allievi.
Va da sé che, anche noi, siamo d’accordo e sottolineiamo:
“La grande meta dell’allenatore è l’autonomia tecnica dei propri giocatori”.
Penso e confermo che tutti ne sono convinti , ma tra il dire e il fare…anche perché è evidente che occorre seminare sul terreno fertile. Diventare autonomi in campo non dipende solo dall’allenatore, ma soprattutto dal carattere del giocatore. Intanto, il metodo del Coach dovrebbe tenerne conto dell’autonomia , provando (secondo noi) ad agire seguendo “l’enunciato” (poco seguito): “Non c’è nulla da insegnare quando è tutto da apprendere!” Apprendere cosa? Semplice. Per noi il giovane deve imparare innanzitutto a giocare, quindi apprendere il “gioco”, come priorità assoluta. Per imparare qualsiasi cosa (gioco&fondamentali) l’esperienza personale è irrinunciabile. Cosa significa? Che l’allenatore dimostra (per esempio) un esercizio e lascia libera l’interpretazione, senza condizionamenti. Almeno per un po’. Un altro esempio. Si può far vedere su quali spazi muoversi e dare “principi” di gioco da realizzare, controllando la loro interpretazione. E ancora. Prendere decisioni tecniche e lasciarli liberi nel comportamento durante le rimesse della palla in gioco, consapevoli che è la situazione più difficile da sviluppare per i bambini. Vogliamo la loro esperienza personale! Potrebbe essere un “motto” per iniziare la salita che conduce alla meta di cui sopra. Da questo “valore” (esperienza personale) parte l’autonomia, che si svilupperà se il giocatore ha la personalità giusta. Nell’insegnamento, che è diverso dall’apprendimento, si fa la stessa cosa? Non mi risulta. Va valutato se l’allenatore ne tiene conto. Per questo motivo il “vero Coach”, termine coniato dai colleghi più esperti, è tale se è un “facilitatore” d’apprendimento, che parte dall’esperienza personale del ragazzo. Vi posso assicurare che non siamo i soli a sottolinearlo. Anche i fondamentali andranno eseguiti non sempre con l’allenatore, ma anche da soli, almeno ogni tanto. Dare, proporre questo tipo di stimolazione non sarà facile perché occorre accettare che gli allievi facciano le loro esperienze, prendano iniziative. Spesso c’è da mettersi le mani nei capelli, ma è sempre meglio che obbligarli a fare movimenti senza anima, come capita nell’insegnamento proposto “dall’alto”.

Per allenare sulla strada dell’autonomia occorrono idee precise. Come abbiamo ripetutamente sottolineato, è importante partire dal gioco (e non dall’esercizio) dove il giovane può avere la possibilità di interpretarlo personalmente, sin dall’inizio , con quel poco che sa fare. Che sia rilevante partire dall’esperienza individuale, lo dice anche la fisiologia dell’apprendimento. Studiarla è la pietra angolare per allenare. Giocare, giocare e ancora (soprattutto) giocare. Significa che non dobbiamo esercitarli sui fondamentali? Non scherziamo, non avrebbe senso. Vuol dire semplicemente che c’è bisogno, innanzitutto, di tanto gioco per arricchire l’esperienza dell’allievo. I fondamentali andranno eseguiti per completare le lacune che nascono giocando, spesso, da soli. Che senso avrebbe un atleta che esegue perfettamente i fondamentali, realizzati sempre e solo in presenza dell’allenatore, se poi non sa giocare? Si può interpretare il gioco a diversi livelli, ma avendo talento e carattere, il giocatore con tendenza all’autonomia deve diventare “padrone” del gioco stesso. Spesso, l’allenatore che “insegna”, guida poi il gioco dei suoi allievi accompagnandoli con la voce , che precede la loro azione “senza anima”. Diventa come un automa le cui azioni tecniche sono spesso accompagnate dagli insulti del Coach perché al giovane sfugge lo scopo e non esegue secondo i canoni imposti.

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Non c’è dubbio che l’autonomia sia un punto d’arrivo, ma come arrivarci? Trasformare le idee in fatti è il primo passo. Occorre dare delle abitudini giuste fin dall’inizio. Se devono diventare autonomi, l’auto-allenamento è una strada, il cammino da percorrere che incomincia organizzando il loro tempo libero. Facciamo in modo che si ritrovino da soli a giocare. Qualcuno ha la possibilità di mettere un canestro nel cortile? Aiutiamolo perché i bambini diventeranno sicuri nel tiro, da fuori area. Non è il solo modo per collaborare coi propri allievi. Tutte le attività che comportano una partecipazione mentale del ragazzo, devono essere presentate e sollecitate dall’allenatore. Un esempio? Dovrebbero scrivere, su un quaderno, tutti gli esercizi che si fanno in palestra. Ecco un ottimo punto di riferimento per l’inizio dell’auto-allenamento!!! Andranno a ripetere, da soli , quello che hanno fatto sotto la guida del loro Coach. Allo scopo abbiamo scritto una favola da fare leggere ai bambini: “Arturo il Canguro”. E’ il giocatore “australiano” che si aggrega al “team” per le partite di “coppa” e porta con se il “quaderno” per scrivere impressioni e movimenti da apprendere. Un vero studioso del basket, che ha passione e , naturalmente, personalità in senso agonistico. E’ venuto dall’Australia ed è pronto a misurarsi e confrontarsi con qualsiasi giocatore. Sa che la strada per migliorare è arricchirsi tecnicamente, avere la prontezza, la disponibilità ad apprendere dagli altri. Niente è meglio del confronto sul campo. Quindi, ha eliminato incertezze e paure di qualsiasi genere e la sua autonomia, evidentemente, è sulla strada giusta.

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L’autonomia dei propri giocatori è una meta sicuramente raggiungibile da parte di chi ci crede davvero, ma penso che siano leggermente avvantaggiati gli allenatori che erano autonomi, in passato, come giocatori , sia di “medio” che d’alto livello. E’ solo la mia opinione e, soprattutto, una provocazione. Avendo provato cosa significhi essere autonomo, sanno almeno cosa vuol dire. Non voglio esagerare, è solo una provocazione!!! Sia ben chiaro che, il fatto di avere giocato in un certo modo, seguendo anche le proprie idee, rappresenta solo un piccolo vantaggio. Infatti, non è detto che ,tutti gli altri allenatori senza questa esperienza, non abbiano poi la giusta cultura di pensare e fare tutto quello che ci vuole per raggiungere quel traguardo. Ci sono parecchi problemi da superare. L’esercitazione sui fondamentali fatta con l’auto-allenamento migliora certamente il giocatore, lo rende più sicuro, ma se lo stesso non elimina timidezze, remore, incertezze, esitazioni, sensi di colpa, paure, la sua espressione agonistica nei confronti di un avversario troverà sempre un “muro” difficilmente superabile e la sua evoluzione sarà sempre limitata e parziale. Ne consegue, quindi, una responsabilità per l’allenatore di promuovere lo sviluppo di una “Corretta Mentalità Agonistica” nella certezza che tecnica e personalità sono strettamente correlate e si condizionano a vicenda. Va da sé che la percezione da parte dell’allenatore di promuovere la crescita agonistica fa parte della sua cultura. L’allenatore che ha giocato ha dei vantaggi, ma solamente se è anche consapevole di quanto sopra abbiamo affermato.

Cominciamo con la tecnica. Soprattutto in questo periodo storico, penso sia stimolante ed utile allo scopo dare la possibilità ai ragazzi di fare l’avviamento dell’allenamento, la parte iniziale, ripetendo da soli gli esercizi dove, l’esecuzione degli stessi, manifestano evidente necessità di apprendimento. L’allenatore può osservare e “passare in rassegna”, per proporre correzioni. L’allievo diventerà autonomo solo per questo? Non è nemmeno pensabile. L’autonomia è un’interpretazione della vita legata alla personalità che si manifesta nella soddisfazione dei propri bisogni.“Arturo-il-Canguro” è l’esempio del giocatore autonomo perché ha personalità agonistica e desiderio di apprendere dagli altri. Il “quaderno” che porta con se è l’espressione di questo bisogno. Nel gioco dimostra la sua autonomia tecnica perché sa rispettare gli spazi degli altri compagni mai conosciuti prima e interviene battendo il suo avversario in ogni occasione, quando ha il possesso di palla, senza la stessa e a rimbalzo.

Ci sono tanti tipi d’autonomie, la vita ne è piena, così come delle dipendenze. Infatti, quando si pensa all’autonomia (generalizzata, non solo sportiva) potrebbe partire anche un collegamento mentale con la dipendenza , la sottomissione, che è l’esatto contrario. Per questo motivo esiste un chiaro rapporto tra autonomia e dipendenza, che in genere viene affrontato come rapporto tra libertà e autorità.
Siamo e restiamo nel campo del gioco della pallacanestro e l’autonomia sportiva è la capacità di gestire la propria prestazione senza dover chiedere consigli a nessuno, ma dentro un accordo con “l’autorità” rappresentata dall’allenatore.
Quindi, quando si parla d’autonomia tecnica ci si richiama alla capacità di auto-regolamentarsi, ovvero alla capacità di organizzare i propri comportamenti tecnici , quindi eseguire le proprie scelte con riferimento a se stessi, agli avversari e ai propri compagni. Perciò, il giocatore che ha raggiunto un grado d’autonomia, oltre alla personalità, ha anche cultura sportiva e, per poter agire in quel modo, ha la “conoscenza” dei problemi del gioco. Vede e decide le sue azioni , senza girare la testa verso la panchina, dove siede anche l’allenatore. “Coach, cosa devo fare?” E’ una frase che non vorrei mai sentire durante una partita, anche se gli avversari usano un particolare tipo di tattica.

Al contrario, vedere i propri giocatori in difficoltà e somministrare subito la risoluzione del problema, non sempre è didatticamente giusto, non aiuta la loro crescita. Ogni tanto, lasciare che lo “scoglio” mostri i suoi segni è importante. Spesso, guarire le ferite è meglio che lavorare sulla loro prevenzione. Cosa voglio dire? E’ sempre l’esperienza del campo che ci suggerisce quando e come fare apprendere certi fondamentali. L’insegnamento difensivo per ostacolare il “dai e vai” (per esempio) è più efficace quando l’attacco ha causato la “ferita”. Come (appunto) “lo scoglio” per il nuotatore. Intanto, quando s’incontrano improvvisi scogli da superare, è utile servirsi delle domande per portarli sulla strada giusta, di comprensione, meditazione e comportamento. Si può risolvere il problema, proprio durante la gara? Difficile , perché la pallacanestro è uno sport di abitudini giuste che vanno memorizzate per renderle istintive. Sto parlando per i giovani , naturalmente. Anche per la gestione dei singoli fondamentali il giocatore ha bisogno della cultura, della conoscenza dei dettagli tecnici per raggiungere l’autonomia. Come ottenerla? L’auto-allenamento è sempre fondamentale, fa sentire il bisogno della ricerca. In quanti sono in grado di farlo? Dipende dai loro sogni, ma anche dalle abitudini giuste pregresse. Intanto, come già detto, occorre dare questa pratica ,con uno spazio-libero, ovvero un tempo a loro disposizione, proprio durante l’allenamento. Il ragazzo ricorderà meglio le correzioni che effettua il Coach, passando tra di loro, mentre si auto-esercitano.
Nel tiro a canestro , per esempio, è importante sapersi auto-correggere e per farlo occorre “sentire” il gesto tecnico, saper regolare le spinte, il controllo della distanza e delle parabole. L’allenatore ha spiegato e fatto esercizi, ma non può continuamente “sostenere” l’allievo con la correzione.
Il fatto di commettere un errore nel tiro è normale, ma comprendere perché la palla non è entrata è fondamentale. Intanto, anche se sembra scontato, questo è il primo passo. Spero che tutti siano d’accordo. C’è poi bisogno dell’auto-correzione per rimediare durante il prossimo tentativo. Nell’allenamento (settimanale) specifico per il tiro, è più facile farlo perché non c’è la difesa e le situazioni sono standardizzate, ma anche in gara abbiamo almeno una possibilità. Quando? Questo avviene soprattutto durante il tiro libero dove le variabili possono essere circoscritte alla sola situazione psicologica della gara. Infatti, la distanza dal canestro rimane immutata e il tiro viene scoccato (sempre) di fronte. Non c’è nemmeno bisogno di suggerirlo perché è evidente che ogni errore ha solo bisogno di essere “corretto”. Arrabbiarsi non ha senso.

Se invece si parla di dipendenza sportiva si instaura un meccanismo mentale nel rapporto didattico che NON mette il ragazzo nelle condizioni migliori per crescere con un grado di libertà, riferito alle scelte tecniche. Tutto passa attraverso il filtro del Coach che decide. Tutto , sotto il suo controllo, niente libera iniziativa. La saggezza ci consiglia che gli estremismi andrebbero abbandonati per lasciare il campo al buon senso. Se il ragazzo ha talento, grande capacità fisica, mentale e motivazionale, con personalità spiccata, impara molto da solo e la sua autonomia presto o tardi è assicurata. Tuttavia, una certa “dipendenza” dall’allenatore rimane, il collegamento tecnico e il dialogo sportivo devono regnare per il bene del gruppo.
E’ sempre lui, l’allenatore, che stabilisce cosa , come e quando mettere in pratica comportamenti di squadra e relative idee tecniche. E’ lui che programma e indica una strada da seguire. L’allievo autonomo ha assimilato tutto e non ha più bisogno di suggerimenti. Sa, per esempio , che deve “leggere” la difesa , ma sul “come” batterla può e deve inserire soprattutto iniziative personali.

Tutti i tipi d’autonomia sono validi? Non tutti… non si gioca da soli, per esempio. Da parte del giocatore , occorre avere anche un grande equilibrio e cultura del gruppo, perché bisogna sempre pensare che si vive dentro una squadra. E qui, spesso, casca l’asino. Quanti giocatori, ho conosciuto, che erano sicuramente autonomi in campo, ma solo per raggiungere un tornaconto personale? In una squadra ci sono anche queste situazioni che dipendono dalla propria personalità.
Il leader negativo è un giocatore autonomo, eccome. Altri, invece , come Kresimir Cosic, Massimo Masini , il grande Paolo Vittori, Corrado Pellanera, per citare personaggi conosciuti personalmente, erano autonomi in campo, ma con lo scopo di far vincere la squadra. Il dialogo con l’allenatore era sempre aperto. Ci sono state anche eccezioni, nella mia esperienza, che si sono realizzate, ma per confermare la regola. Ho assistito ad un dialogo tra un giocatore professionista, playmaker, a cui il Coach aveva suggerito quale schema scegliere per attaccare una difesa speciale. Il giocatore si era molto arrabbiato richiedendo fermamente all’allenatore di lasciargli fare il suo lavoro senza dover suggerire qualcosa (a lui) che non ne aveva bisogno. Sarà stato un caso? Eccesso d’autonomia? Sicuramente. E’ l’unico che ricordo nella mia carriera, sia come giocatore che allenatore. Forse non correva “buon sangue” fra i due perché, di solito, l’allenatore esperto è contento delle iniziative personali, soprattutto se hanno esito positivo…

Mi sono sempre reputato un giocatore autonomo, ma anche un grande collaboratore dell’allenatore, ma proprio di tutti i Coaches che mi hanno allenato, nessun escluso. Conoscevo benissimo la filosofia del mio allenatore, perché scrivevo tutto su un quaderno. Ma nel gioco, si sa, quello che vuole fare eseguire l’allenatore alla propria squadra è quasi sempre bloccato dai colleghi avversari. C’erano quindi molti momenti “morti” da sfruttare ,quando tutto s’inceppava. Erano quelle le mie situazioni , quelle che prediligevo, i momenti di massima autonomia dove mettevo in pratica ciò che gli avversari non conoscevano…le mie idee.
Ecco un esempio di corretta mentalità agonistica nella certezza che tecnica e personalità sono strettamente correlate e che si condizionano a vicenda.

Come già detto all’inizio, il discorso dell’autonomia è indirizzato soprattutto al rapporto con l’allenatore che educa i bambini, o che allena i giovani in generale. Credo che bisogna parlare, in questo caso, di “gradi d’autonomia” perché tutto può avvenire solo pian piano. Se l’allenatore è sensibile ad un certo tipo di formazione , se mira ad educare facendo apprendere ,considerando la personalità dell’allievo, allora tutto diventa più giusto.
Il pensiero dell’autonomia è rivolto soprattutto a tutti quei ragazzi, quelli aventi un talento normale , che devono apprendere assolutamente con consapevolezza, per raggiungere un certo grado di libertà. Significa partecipazione mentale al progetto educativo gestito dal Coach. Possiamo quindi dire che la libertà, l’indipendenza , l’autonomia vera si trovano nel rapporto, nello scambio con la stessa “dipendenza” creata dall’allenatore. Infatti, sul piano tecnico individuale non esiste un’azione personale realmente autonoma, creata assolutamente dal giocatore. Anche l’atto di percezione, d’intuizione di un nuovo movimento, che potrebbe apparire libero dai condizionamenti, in realtà è una interpretazione personale che si avvale e fonda le sue origini su un substrato di condizionamenti dati dal Coach. Infatti, la pallacanestro è uno sport costruito su regole e fondamentali ed è l’allenatore che inizia il rapporto per l’apprendimento dei fondamentali , insegnando anche le regole ,che hanno sempre la priorità. E’ quello che succede nel rapporto didattico con l’allievo? Ad eccezione dei casi in cui il bambino gioca molto per conto suo, ed apprende con un grado d’autonomia diverso. Quello che impara deve però essere oggettivamente giusto e, siamo su questa strada, quando il ragazzo copia dai grandi campioni, sapendo anche come e quando applicare il suo apprendimento autonomo.

Un padre ,col proprio figlio, deve fare di tutto affinché diventi indipendente, autonomo. Che provi cioè di vivere le sue esperienze di vita, che lavori per conto suo, che esca da casa il più presto possibile, che trovi la sua donna per fare con lei il grande viaggio. C’è un tempo in cui il figlio ha bisogno d’esempi, cultura e presenza del genitore. Va da sé che bisogna stare vicini ai propri figli , fare un pezzo di strada insieme e prepararlo a fare da solo.
E il suo sonno? Voglio dire , come sarà il sonno di quel padre? Abbastanza tranquillo, perché oltre alla speranza che il figlio diventi autonomo, deve essere sempre pronto a dargli il suo appoggio in caso di necessità. Non l’ha mica illuso quando ha cercato di educarlo a vivere la sua vita senza sperare nell’aiuto di qualcuno. Gli ha insegnato i fondamentali per vivere ,dando il buon esempio. Ma il padre non è insensibile, sa che sarà dura, che ci vorrà saggezza e fortuna e lui sarà sempre lì , a pregare e sperare affinché tutto vada bene. Andrà bene, ma dipenderà anche dalla personalità del ragazzo se avrà appreso una “corretta mentalità agonistica per vivere”, soprattutto nel cercare di porsi delle mete e di raggiungerle con determinazione. Leggo già il sorriso del lettore perché ha capito dove lo sto portando, ha compreso che l’esempio va esteso anche all’allenatore del basket che gestisce il rapporto con il suo allievo. Perché non dovrebbe essere così? Se l’allievo è motivato ed ha i prerequisiti giusti , perché non dovrebbe cercare di fare con lui la stessa cosa. Chi esercita la passione per allenare dovrebbe sapere ,come primo comandamento, che se il giocatore diventa un “coach-dipendente” rimarrà “tristo-che-puzza”. Parola di Kresimir Cosic, il più grande giocatore che io abbia mai conosciuto, un autodidatta che sapeva benissimo cos’era l’autonomia. Come potrà, un allenatore , pensare che sia sufficiente ,per giocare ,quello che gli ha insegnato? Come si può accettare che un ragazzo in campo non sappia come sbrigarsela da solo ,affrontanto gli avversari, qualsiasi cosa succeda? Ho visto giocatori convocati per la Nazionale Italiana di basket guardare terrorizzati il proprio Coach perché la difesa aveva cambiato assetto. E’ mai possibile?

La grande meta dell’allenatore non è “insegnare”, ma fare innamorare l’allievo al gioco e cercare che “apprenda” il basket anche per sua iniziativa. Avere cioè almeno un grado di autonomia che aumenta col tempo. Che pian piano sappia tutto, anche teoricamente, perché c’è bisogno di cultura . Ripetiamo : “Non solo saper fare , ma anche conoscere il perché.” Facile da dire, vero? E la strada? Mi ripeto fin troppo, bisogna cominciare subito, fin da quando i bambini entrano in palestra. Cominciare a dare abitudini giuste.
Se non sanno cosa fare e, mentre aspettano l’allenatore, giocano a calcetto, oppure “buttano” a caso (facendo tiri strani), la palla dentro il cesto, siamo fritti. Si, proprio come la “tinca”. Che farci , poverella!!! Doveva pensarci prima, invece ha abboccato all’amo del pescatore ed è finita, fritta, in padella. Anche l’allenatore doveva pensarci prima ed abituare a comportamenti giusti, quelli che porteranno all’auto-allenamento. L’abbiamo già indicato. Entrando in palestra devono avere l’abitudine di esercitarsi sui fondamentali che conoscono poco. Percorrendo questa strada c’è il vantaggio di avere seminato bene e la propria coscienza a posto.

Cogliamo l’occasione della metafora della “tinca” per sottolineare che sono “fritti” anche gli allenatori che seguono il percorso del “Coach” più bravo, quello che ha avuto grande successo. Fanno bene oppure è una forma di dipendenza? Fino ad un certo punto si possono prendere riferimenti, soprattutto se si condividono. Tuttavia, se non mirano all’autonomia, quella propria, fatta d’idee che gli appartengono, questi allenatori sono nella stessa situazione della “tinca”.
Il Coach blasonato è una “sirena” che incanta senza volere, naturalmente, ma come ha fatto lui, la strada che ha seguito con successo, appartiene solo alla sua storia, cultura e personalità. Intanto, per non “abboccare”, ogni allenatore dovrebbe sapere perché allena e se ha una sua strada da seguire, una cultura personale per raggiungere la meta.
Come ho fatto io? Ho giocato ai massimi livelli riferiti al mio periodo storico (anni ’60). Ho appreso questo sport da solo e perfezionato grazie ai miei allenatori, incontrati in tempi diversi.
Fare da solo ,dal punto di vista dell’allenamento, mi ha reso sicuro dal punto di vista pratico ed autonomo come giocatore. La mia personalità e la voglia di apprendere hanno completato l’opera. Allo stesso modo ho intrapreso la strada del Coach. L’ho sempre seguita come “possedendo” un sesto senso, un’istintività di cui ho preso coscienza col tempo. Fortunatamente, ho agito sempre da solo, seguendo le mie conoscenze, perché il ragionamento comune,in questi casi, ti porta (spesso) sulla strada sbagliata. Infatti, la prima preoccupazione è stata quella di conoscere come operavano gli altri colleghi, ma ho compreso prestissimo che non potevo imitarli. Che fare,allora? Semplice. Prendere, rubare, solo lo stretto indispensabile, quello avente affinità con le proprie idee. Quale sia stata la mia buona stella , la mia via, l’ho anche indicata fin dall’inizio. Essere se stessi, fare da soli, ma soprattutto avere la voglia di fare per arrivare in cima.
Capirlo non è stato facile , ma l’istintività del giocatore mi ha aiutato a fare l’allenatore, anche se mi mancavano alcune caratteristiche importanti dello stesso. Mi considero, infatti, un giocatore e non un allenatore, anche se qualche risultato a livello individuale e di squadra è stato raggiunto anche allenando. Percorrendo la “mia strada”, mi sono sempre sentito gratificato vedendo giocare i miei ragazzi con un certo grado d’autonomia, ma non mi è mai bastato. Ho sempre cercato di immaginare come avrebbe dovuto essere il loro futuro, inteso come ruolo tecnico da interpretare. Quando sono ragazzi, i propri allievi non possono saperlo, ma l’allenatore è in grado di comprenderlo. E’ un dovere parlarne col giocatore, chiedergli se si sente di seguire un percorso tecnico diverso, un cammino verso il suo futuro ,con aspettative migliori. Sta sempre al ragazzo cercare di cambiare in meglio ed essere pronto a “sacrifici” per modificare le proprie abitudini di gioco. Qualcuno accetta.
Solo cosi, tutti quelli che ho allenato ed alleno, dimostrerebbero il vero amore per il basket. Sarebbero, in questo senso, lo specchio della mia vita sportiva, dove cambiare le abitudini era dentro il mio talento, cioè la volontà per realizzare il cambiamento. Vederlo fare ad un allievo è una gratificazione difficile da spiegare.

LE COLONNE SILENZIOSE DI E’ VITA BASKET

February 12th, 2010

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Carlo Marani, è attualmente allenatore fisico del Settore Giovanile dei Crabs Rimini, preparatore fisico dell’ “E’Vita” Budrio (B dilettanti) e collaboratore fisico del Settore Squadre Nazionali Giovanili; nelle stagioni 2005-2007, insieme a Maurizio Massari, diede vita all’interessante progetto tecnico della PV Bologna, da cui sono emersi talenti di valore nazionale.
Di Carlo, oltre alla grande preparazione, apprezziamo la carica umana e comunicativa che lo rendono non solo straordinaria risorsa sul piano tecnico, formativo e riabilitativo, ma anche autentico “collante” dei gruppi in cui opera.

Stefano Roversi è l’esperto fisioterapista della Pallacanestro E’ Vita Budrio. Apprezzato professionista , non solo dai giocatori, ha un passato di collaborazione con Stefano Salieri, coach del Gira Ozzano.

Nella riunione tecnica indetta dalla Pallacanestro E’ Vita Budrio i due tecnici sono stati i relatori del “recupero degli infortuni” e della capacità di “Forza nel basket”.

FREQUENTI INFORTUNI NEL BASKET, PREVENZIONE E CURA”

Infortuni articolari: distorsioni di caviglie e ginocchia, lussazioni delle spalle e infortuni alle dita delle mani.
Infortuni muscolari: elongazioni, stiramenti di varie gravità, strappi muscolari.

Per prevenire gli infortuni articolari o muscolari è importante avere una buona mobilità articolare, allenare costantemente la propriocettività e la muscolatura interessata all’ articolazione; quindi una preparazione fisica adeguata porterà ad una sensibile diminuzione degli infortuni, seppur da tenere in considerazione gli infortuni di origine accidentale e traumatica (contusioni e atterraggi del piede sul piede di un altro giocatore).
Appena avvenuto l’ infortunio è fondamentale l’ immediata immobilità (allacciare più stretta la scarpa, o bloccare il ginocchio e la spalla) e gli impacchi di ghiaccio, possibilmente compresso, per evitare l’ insorgere di ematoma e gonfiore.
Alternare sempre 10 minuti di ghiaccio a qualche minuto senza, per evitare le ustioni da freddo; dopo 15-20 minuti si può procedere a muovere la parte interessata, togliere la scarpa etc etc.
E’ consigliata anche una fasciatura comprimente per la prima giornata di infortunio e tenere l’ arto in alto (all’ altezza minima del petto), onde evitare l’ insorgere del gonfiore.
Dopo qualche giorno, se il dolore o il gonfiore persiste, farsi vedere da un medico per le diagnosi del caso, non improvvisare diagnosi senza gli strumenti o la qualifica necessaria!
Per il recupero post infortunio si deve iniziare dagli esercizi con gradualità lenta ma crescente; iniziare con una mobilità attiva in scarico, muovere la zona interessata senza il peso del corpo, magari utilizzando l’ ausilio di una banda elastica, poi provare a fare movimenti in stazione eretta, lenti e rettilinei.
Infine, con il passare dei giorni, si può tornare ad allenarsi sui cambi di velocità, direzione, scivolamenti etc etc, ma sempre senza che il dolore ritorni!
Nel caso di rottura di legamenti o fibre muscolari è consigliabile, dopo 4-5 settimane, una diagnosi di controllo per valutare la totale guarigione, prima di poter tornare ad allenarsi a regime.
Importante anche, nei primi tempi di ritorno in campo, una fasciatura specifica per controllare il movimento; attenzione, una fasciatura sbagliata è dannosa!!

“LA FORZA NEL BASKET”

Distinguiamo tre “tipi” di allenamenti per la forza muscolare:
Il primo è l’ allenamento della forza massima, con carichi tra l’ 85% e il 95% della forza massimale, dove si avranno poche ripetute e la velocità di esecuzione è lenta, sul 10-20% della velocità di esecuzione senza sovraccarico. Questi allenamenti tendono a sviluppare e a stimolare l’ accrescimento della massa muscolare, per l’ ampia durata della contrazione per ogni ripetuta e il necessario tempo di recupero tra una serie e l’ altra.
Nei giocatori di basket questo tipo di forza, a mio parere, è da allenare fuori stagione e solo per chi ha bisogno di aumentare la propria massa muscolare.
Il secondo tipo è l’ allenamento della forza dinamica massima, con carichi tra il 60% e l’ 85% della forza massimale, dove si avranno più ripetute e la velocità di esecuzione e di contrazione sarà più rapida, circa il 40%-60% della velocità senza sovraccarico. Nel basket è un buon allenamento da fare con bilanceri e manubri in sala pesi, possibilmente lontano dalle partite perché può creare affaticamento muscolare.
L’ ultimo tipo di allenamento della forza è la forza veloce e reattiva, con carichi tra il 20% e il 50% della forza massimale, dove possono essere fatte ripetute veloci e magari composte da più movimenti, associando braccia e gambe, o partenze e atterraggi in monopodalico, o specificatamente tecniche (vedi palle zavorrate o traini elastici). La contrazione muscolare è veloce, tra il 60% e il 90% della velocità che si ottiene senza sovraccarichi, si migliora la coordinazione e la stabilità articolare. E’, a mio parere, la forza più specifica per i giocatori di basket, perché oltre che aumentare la forza si può associare un miglioramento tecnico e coordinativo specifico. Si può quindi allenare in campo, integrato con esercizi tecnici individuali.

LA GESTIONE DELLA MIA SQUADRA By Giuliani

December 5th, 2009

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Gabriele “Julius” Giuliani è il nostro capo allenatore da due stagioni. Al primo “colpo” ha portato la squadra nella categoria superore. E’ arrivato tra noi con un misto d’entusiasmo e umiltà e con grandi capacità organizzative. Un gran lavoratore in palestra, un amante dei fondamentali e del lavoro fisico. Non basta? Conduce la squadra, in partita, con grande maestria tecnico-tattico e fa di tutto per valorizzare i giovani.
“Quando un allenatore parla ai suoi ragazzi” , diceva Dan Peterson, “puoi osservare e comprendere la loro stima, dall’attenzione che prestano durante i discorsi del Coach”.
Ovviamente, quando Julius parla, non si sente volare una mosca. I giocatori stessi si girano con occhiatacce che liberano “frecce”, come scoccate da un arco, se qualcuno disturba. Come saprete, ci sono sempre dei “pensionati” che guardano i “lavori in corso” e il loro brusio di fondo spesso disturba l’allenamento dentro il PalaMarani. Non ci crederete, ma la “Pallacanestro E’ Vita Budrio” dispone di molti pensionati nello “staff” che danno una mano a tutti i livelli. E’ una “forza-sociale” che Giuliani stesso ammira.
Per concludere, non vi sarà sfuggito che “Julius” è un vincente, ma non perché cerca sempre di vincere, come è ovvio che tutti facciano. Il vincente si vede quando perde una gara. La sua caratteristica è la capacità d’intensificare lo sforzo e lavorare in modo tale da superare subito le sconfitte.

“LA GESTIONE DEL GRUPPO è l’argomento che mi è stato proposto e che si presta a tante interpretazioni. Si potrebbe parlare di 100 ragionamenti diversi. Ne ho scelti tre, basati chiaramente sulle mie esperienze.

1.Primo approccio con la squadra all’inizio della stagione;
2.Come “vendere” alla squadra una mia priorità tecnica;
3.Come inserire e coinvolgere i giovani del “Settore Giovanile” in “Prima Squadra”;

Il primo argomento viene sviluppato subito, al primo allenamento. Alla base di tutto metto delle regole di comportamento che tutti devono rispettare, dalla “stella della squadra” al più giovane.
Va da sé che, dal momento che metti delle regole, devi essere inflessibile con tutti nel farle rispettare. Mai dare al giocatore un pretesto di poca credibilità, devono essere consapevoli che farai tenere in alta considerazione le regole, anche se questo può comportare svantaggi temporanei.
Quando si parte da zero, è evidente che si arriva anche a parlare di cose scontate, ma voglio essere chiaro subito e trasmettere ai miei giocatori l’importanza di un “codice di comportamento”. Si generalizza, è vero, ma chi può stabilire che una regola sarà scontata? E’ proprio dentro il concetto di “semplicità” che si afferma il fatto che nulla è scontato. Ecco le regole:

Puntualità all’allenamento. Siamo nell’epoca dei cellulari e avvisare è più facile che in passato. Avvertire sempre per eventuali ritardi o assenze. Il massimo del ritardo è rappresentato da cinque minuti. Non si va oltre questa tolleranza per impedimenti dell’ultimo istante. Il giocatore che passa il limite non si allena. Mi è capitato alcune volte di non far allenare un giocatore, diciamo che posso contare 3-4 casi.
Eliminare i tempi morti durante l’allenamento. “Cazzeggi” vari, tiri dopo la fine d’ogni esercizio, bere quando uno vuole. Occorre dimostrarsi “squadra” anche nelle piccole cose: si beve insieme, si finisce l’allenamento tutti insieme, salvo infortuni o necessità che possono sorgere improvvisamente.
In allenamento dare sempre il 100%. La gara del campionato deve essere più riposante. Se un giocatore non si sente al massimo, non sono certo io l’allenatore che vuole fare fargli pratica a tutti i costi. Preferisco che un giocatore salti un allenamento se non è in grado, mentalmente, di dare il 100% e questo lo si sa prima di cominciare.
L’immagine della squadra è sempre positiva. Quando? Negli atteggiamenti registrabili in allenamento, nelle partite, nel modo di rapportarsi con il pubblico, con gli avversari. Alcuni esempi: non mi piace vedere giocatori “sbragati” in panchina. E’ un atteggiamento negativo. Come quando si notano giocatori a sedere “fuori” della stessa panchina con un asciugamani in testa, magari “incazzato” col mondo. Non mi piacciono e glielo dico , soprattutto se li ho già avvisati. Cosi come quando ci sono i rientri “nervosi” con calci ai “gommoni pubblicitari” o a bottiglie. Un giocatore del genere mi risulta sgradevole. Per fortuna mi è successo raramente , ma intervengo duramente col giocatore.
Rispetto per i compagni. No alle “sclerate” , “rompo” abbastanza io affinché tutto vada per il meglio. Ai compagni che escono dal campo, basta un “cinque” oppure una pacca sulla spalla è un segno che gli sei vicino, sia che abbia giocato bene oppure in modo insufficiente.
Rispetto per gli allenatori. Non solo per me , ma anche per il miei collaboratori. In 20 anni che alleno non ho mai insultato un mio giocatore e pretendo per me e per i miei collaboratori lo stesso rispetto che ho per loro. Mi è capitato un episodio sgradevole durante una amichevole mentre il giocatore rientrava in panchina: “Mandato a quel paese in modo volgare…” . Naturalmente il giocatore è andato alla doccia e non è stato convocato per la partita successiva. Non esistono multe, sussistono codici di comportamento. Tutto questo è capitato a uno dei miei pupilli e alla vigilia di una partita che valeva un possibile play-off. Quindi, mi serviva un bel po’. Penso che sia stato utile più a lui e alla Società stessa. E’ evidente che se tutto questo non sta bene alla Società, sono pronto ad allontanarmi dalla stessa. Non ci crederete ma tutto questo è già capitato col rapporto con un’altra società della quale ero responsabile del Settore Giovanile. Abbiamo avuto lo stesso atteggiamento con due giocatori, prima di una semifinale regionale, traguardo mai raggiunto. Erano due giocatori importanti, la società non era d’accordo con la punizione. Sono stati fuori dalla semifinale (partita vinta ugualmente) e l’anno dopo ho rimesso il mandato del Settore Giovanile e ho allenato solamente la prima squadra. La penso così, mi hanno dato anche del “talebano” in passato, ma vado avanti per la mia strada.
Il comportamento verso gli arbitri. E’ l’ultima regola , ma non per importanza.E’ un aspetto sul quale non transigo. Penso che l’autocontrollo faccia parte del bagaglio di un giocatore alla pari di un fondamentale e va allenato. Sono durissimo sotto questo aspetto, all’inizio della stagione. Un “tecnico” è sempre punito con un “cambio” e, sui giocatori recidivi, se la partita me lo consente , c’è l’ esclusione per il resto della gara. Penso che un comportamento asettico nei confronti dell’arbitro valga 6-8 punti in ogni campionato e può voler dire la possibilità di una vittoria, sconfitta o altre mete come Play-off o retrocessione. Non voglio neanche che un giocatore parli costantemente con l’arbitro , anche se in modo educato. Sono pronto a contestargli anche questo atteggiamento apparentemente corretto e mai andrò dietro ad una protesta di un mio giocatore. Se lo fanno ripetutamente li “aggredisco” fortemente. State pur certi però che, nel momento che la mia squadra incassa e non reagisce alle fischiate negative, mai sarà lasciata in balia di un arbitraggio scandaloso. Devono sapere che interverrò prontamente. Più la squadra è debole e più deve lavorare sotto questo aspetto perché sarà sempre più penalizzata e più facilmente renderà nervosi i giocatori. La mia squadra ha recepito bene questo genere di comportamento. Lo scorso anno ai giocatori sono stati assegnati 3 “tecnici” in 37 partite e due “tecnici” li ho procurati io. E’ stato un buon risultato. Quest’anno siamo ancora a zero con i ragazzi mentre il sottoscritto è stato punito, ma con un solo tecnico, neanche per proteste, ma per avere superato il proprio box… Questa situazione va allenata a mio avviso. Quando? Nella partitella durante la settimana. In che modo? Con tecnico istantaneo per proteste su falli subiti. Capita spesso perché chi perde corre ,come punizione, ma il “tecnico” costringe a pensarci di più. Alleniamo i ragazzi con la “partitella no-foul”, utilizzata nella settimana dove la squadra si prepara per la trasferta, dove gli arbitraggi sono un po’ penalizzanti. Così metti in preventivo che qualsiasi contatto non verrà sanzionato dagli arbitri e i ragazzi si abitueranno a giocare in modo penalizzato . Si aumenta in questo modo l’intensità della partita d’allenamento. E l’esagerazione? Bisogna intervenire nel momento in cui i giocatori stessi passano ai falli “intenzionali”.

Il secondo argomento. All’inizio della stagione spiego alla squadra la progressione del programma tecnico e le priorità dello stesso.
La mia priorità assoluta è la difesa. La metto al primo posto perché è quella che esprime meglio lo spirito di squadra. La difesa è sacrificio, è attenzione, è concentrazione, tutto a disposizione della squadra. Sono molto esigente sotto l’aspetto difensivo, l’alleno costantemente , fisicamente e come “mentalità”. Ci sono esercizi adatti allo scopo. Mentre per l’attacco penso sia solo questione di fare buone scelte, per la difesa devi avere qualcosa dentro. Alle mie squadre dico: “L’attacco può avere anche una giornata storta, dovuta agli avversari, al campo, pubblico, e arbitri. La difesa mai! Deve essere una costante, positiva in tutte le partite”. Naturalmente la gratifico, nel senso che do molta più importanza alla difesa . Sottolineo un “tuffo” realizzato per un recupero, uno “sfondamento” preso, una rotazione perfetta, piuttosto che un bel canestro che di per se è gratificante. E il giocatore apprezza che l’allenatore possa capire il suo sacrificio e mette il suo “mattoncino” dietro, nel suo “sacco”, per costruirsi la “casa della fiducia”. Quando analizzo la partita giocata, non sottolineo mai i 25 punti di Pederzini, ma certamente il fatto che il Pivot avversario è stato annullato con anticipi , lotta per la posizione ecc. Quindi premio Pasquini che magari ha fatto solo 6Pt. Inizio la difesa in pre-campionato alla terza settimana della preparazione. Aspetto che abbiano fatto un po’ di “gamba”. Quindi, durante la 1° e 2° settimana solo attacco e durante la 3° inizio la difesa

Il terzo e ultimo argomento : L’inserimento dei giovani del settore giovanile della prima squadra.

Stiamo parlando del gruppo più vicino alla prima squadra. Il dettaglio fondamentale, che ha la priorità assoluta , è la disponibilità degli allenatori del settore giovanile.
Lavoro con Beppe Calandriello e Fabio Bugamelli e colgo ora l’occasione per ringraziarli della loro disponibilità. Naturalmente ringrazio anche Michele Bazzi , mio assistente per la prima squadra da due anni, che fa anche da raccordo fra i gruppi di lavoro e gestisce gli inserimenti dei giovani nel lavoro settimanale. Questa disponibilità non è relativa solamente a fornire i giocatori, ma precisa disponibilità tecnica.
La prima condizione che abbiamo scelto è relativa al fatto di giocare con gli stessi principi di gioco. Chiaramente, il programma sarà molto più ampio per la prima squadra, ma basato sugli stessi principi. Parlo di un sistema-base d’attacco e di principi difensivi.
Noi giochiamo col “Triangolo di Tex Winter”, che può piacere o meno, ma ritengo che sia molto formativo per un gruppo giovane perché non è uno schema vero e proprio, ma un sistema di gioco dove il giocatore deve saper riconoscere delle situazioni leggendo la difesa e risolverle coi propri fondamentali.
Quindi un sistema-base comune, magari anche una rimessa della palla in gioco, dal fondo e di lato, a piacimento. Noi ne abbiamo quattro e averne una in comune, richiesta con lo stesso “nome” è il minimo per la collaborazione tra i due gruppi. Poi, massima libertà di avere altri tipi di giochi d’attacco a seconda della propria “filosofia” . Avendo anche gli “stessi principi difensivi” si crea una base comune che produce meno confusione al giovane quando si allena con la prima squadra.
Una collaborazione tra gli allenatori che va oltre l’utilizzazione dei giocatori. Cosa intendo dire?
Ho seguito Calandriello mentre insegnava la difesa “1-3-1” , la cui costruzione mi ha molto interessato. Non ho avuto problemi ad adottarla ed utilizzarla negli scorsi play-off.
Mi sono interessato a creare una sicurezza nel giovane ,che veniva di volta in volta ad allenarsi con noi, utilizzando le stesse idee allenate nel suo ambiente, coi suoi compagni. Evitava così di trovarsi in un mondo sconosciuto. Quindi:

Prima condizione: disponibilità tecnica;
Seconda condizione : disponibilità del giocatore

Non vado, come Capo-Allenatore, dal più bravo anche se ho le mie idee in proposito, ma mi muovo verso l’intero “Gruppo-Under” e chiedo chi è disponibile ad allenarsi con la prima squadra. Senza mezzi termini dico loro che dovranno fare più ore d’allenamento, più sacrifici e che avranno in compenso molto poco a livello di soddisfazioni. Sta in loro procurarsele, mentre da parte nostra garantiamo il “coinvolgimento” agli allenamenti come se fossero giocatori della prima squadra e questo è un modo per migliorare. Se ci pensate bene , non è poco.

Quindi disponibilità, meritocrazia, ma tutto in secondo piano rispetto al comportamento. Partiamo sempre da li. Ho due giocatori giovani in prima squadra che sono fissi, in pianta stabile dentro al gruppo, ma a loro faccio una richiesta specifica ad inizio di stagione: devono essere un esempio da seguire quando giocano con i loro pari età nei campionati giovanili. Un traino importante , positivo, che eviti comportamenti negativi. Qual è il messaggio? Non giocano in prima squadra perché sono più bravi, ma anche perché si comportano in un certo modo, impegnandosi al 100%. Lo ripeto, sempre positivi negli atteggiamenti.
Mi è capitato lo scorso anno che un giocatore giovane , stabile in prima squadra, fosse con noi un orologio svizzero, mai avuto un problema, solo apporto positivo, risultando importante sempre per l’economia della prima squadra. Al contrario, fosse ripetutamente dannoso con il gruppo Under. Chiaramente gli è stato fatto presente l’aspetto negativo delle sue prestazioni, sottolineando l’importanza del suo atteggiamento. Per due volte non è stato convocato con noi, sperando di dargli uno stimolo ad avere un atteggiamento migliore col suo gruppo. Ora la situazione è migliorata.
Ci sono bravissimi giocatori che per carattere o per supponenza si perdono. Cerchiamo di “lavorare” anche su questo aspetto perché alla fine l’affidabilità di un giocatore e il suo rendimento passa da un certo comportamento. Quando sarà grande si comporterà nello stesso modo con compagni in età matura?

Torniamo al discorso tecnico
Adottando lo stesso sistema tecnico di gioco , con noi può venire il 10° giocatore dell’Under e fare tranquillamente l’allenamento, senza dovergli spiegare nulla e questo è un grande vantaggio. In tutti gli anni ci sono periodi dove mancano anche 4 o 5 giocatori della prima squadra. Ci si può allenare bene comunque.
E’ capitato lo scorso anno alle finali di Coppa Italia con mezza squadra fuori e dovevamo fare 4 partite in 5 giorni. La disponibilità Under? Poco o niente. Cosi abbiamo fatto giocare un giocatore “bravino” ma che non si era mai allenato con noi. Infatti, era uno di quelli che non aveva dato la sua disponibilità al progetto di allenamento da fare insieme alla prima squadra.
Ha giocato le partite con 10-15 minuti di media e ha vinto il premio per il “migliore giovane” delle finali. Merito suo, ma anche di questa collaborazione tecnica fra i gruppi.
Quest’anno si sono allenati con la B2 , oltre ai due fissi (Piazzi e Ventura): Binelli, Balestri, Cristofori, Mainardi, Filippini, Lanzi, D’angelo e Massari. Otto giocatori coinvolti non si trovano in un mondo sconosciuto. Inoltre migliorano perché sono a contatto con giocatori più bravi e coinvolti allo steso modo.

Gestione dei giovani in partita
Dico sempre loro che voglio giocatori veri, non “tappabuchi”. Per me il giocatore vero gioca minuti “veri”. Se un giocatore non è pronto, non gioca neanche sul “+20” , il tempo della “spazzatura”.
Quelli, a mio avviso, non sono minuti “veri”. Meglio due azioni (un minuto) nel 2° quarto che sei minuti alla fine durante il tempo senza “anima”. Questo lo trasmetto ai miei giovani e quando sono in grado di farlo non ci metto niente a dare loro questa possibilità.
Li metto in questo modo alla prova.
Ci sono momenti che ti costa poco inserirli. Alla fine del 2° quarto, all’inizio del 2° quarto. Se mi danno qualità durante il loro impiego ho più coraggio ad inserirli anche nella seconda parte della partita. Nel momento che entrano sanno una cosa: se difendono stanno in campo, se non lo fanno scendono da li a poco. Non esiste proprio che li tolga dal campo per un tiro sbagliato. Se non fanno danni “dietro” gli regalo qualche errore in attacco, di conseguenza vanno più sicuri e prendono fiducia. Se commettono un errore banale in attacco e un “buco” in difesa diventa un problema e li tolgo velocemente. Ogni giocata buona in difesa garantisce loro l’azione offensiva successiva.
Spesso li metto alla prova anche con inserimenti nel quintetto di partenza . Parlo di giocatori pronti in un buon periodo di forma. Come li inserisco? A tradimento!!!
Mai preparandoli prima, non voglio che nessun giocatore dia nulla per scontato. Noi abbiamo un quintetto base, ogni tanto comunico il cambiamento , altre volte no, ai giovani non lo dico mai quando li inserisco. Vedo la reazione, l’impatto della notizia sulla loro personalità…
Spesso questo modo d’agire è positivo.
Un’altra cosa che dico ad un giovane è di rinunciare ad un buon tiro appena entrato! Mai , in nessuna occasione e con nessun giocatore dico di rinunciare a un buon tiro…tranne (appunto) al giocatore giovane appena entrato. Il motivo? Meglio andare in “temperatura” con una o due azioni .
Dico loro : “Se un avversario ti concede subito un tiro , farà la stessa cosa anche dopo e questo ti permetterà di avere un buon “riscaldamento” che farà aumentare le percentuali di realizzazione”.

Vi ho detto un po’ delle mie convinzioni con la speranza di avervi interessato. Grazie”.

LA MOTIVAZIONE

November 24th, 2009

senza-difesa-no
Mi piace sempre definire gli argomenti per avere le idee chiare che aiutino a gestire il rapporto coi giovani allievi.
“Dal punto di vista psicologico, la motivazione è un processo della mente che inizia, orienta, regola l’attività ed il comportamento dell’uomo in rapporto a determinate mete che vuole raggiungere per bisogno personale che, nel nostro caso, sono quelle sportive.”
Le aspirazioni che stimolano la volontà dell’individuo sono un patrimonio naturale dello stesso, ma possono anche essere incoraggiate e guidate da allenatori con capacità particolari. Infatti, una delle componenti fondamentali della scienza e delle arti di guidare gli uomini sta nella attitudine di suscitare, di accrescere, oppure mantenere ed utilizzare un insieme di processi mentali che agiscono sulla volontà per raggiungere quelle mete.

La mia esperienza può essere un buon esempio per testimoniare entrambe le situazioni. Voglio dire che posso raccontare qualcosa inerente alla mia volontà di base utilizzata per raggiungere lo scopo, ma anche aneddoti dove i protagonisti sono stati gli allenatori che hanno contribuito. In che modo? Hanno compreso come sfruttare la mia personalità, per ottenere il massimo rendimento.
Kucharski Eduardo, l’allenatore spagnolo di Barcellona che allenò la Virtus all’inizio degli anni ’60, mi fece esordire a 17 anni chiedendomi di annullare (tecnicamente), di volta in volta, i migliori giocatori delle altre squadre. Ero in possesso di capacità fisiche notevoli per quel periodo storico, ma aveva fatto leva sicuramente sul mio carattere che non sopporta di essere battuto. Poi c’erano le mie radici che mi davano una forte motivazione per emergere, quelle relative alla mia famiglia di origine povera, che mi aveva abituato alla sofferenza. Così , mi piaceva raggiungere le mete soffrendo e facendo penare gli avversari ,nel campo di gioco. Dirmi che dovevo annullare gli avversari era una sfida che mi esaltava. C’era poi una sicurezza dentro di me che teneva poco conto di quello che avrebbe potuto succedere in campo. In che senso? Non era presunzione. Sapevo che sarebbe andata bene perché ero a conoscenza del tipo di reazione degli avversari di fronte ad un certo tipo di difesa. Si sarebbero innervositi nel tentativo di ricevere la palla, senza riusirci, e senza il possesso di quest’ultima è difficile fare canestro. Quando ci riuscivano non erano mai nella loro posizione preferita di tiro e sempre un metro o due più lontani.

La mia prima “vittima” fu Tonino Zorzi, miglior realizzatore dell’Ignis Varese e capocannoniere del campionato italiano di quell’anno (1960). Non realizzò nemmeno un punto e si diceva che aveva fatto “virgola”, un linguaggio che identificava il segno di punteggiatura che la “Gazzetta dello Sport” metteva nell’elenco dei giocatori per rendere noto il punteggio, le loro realizzazioni. Zero punti, uguale a virgola.
Quando smise di giocare diventò un grande allenatore, e lo è ancora oggi, in campo come consulente di giovani allievi.
E’ un buon esempio da ricordare per far comprendere cos’è la motivazione e che effetti produce. E quanto bravo fu Kucharski a comprendere che ero adatto a quel tipo di compito. Interessante ricordare che non mi ha mai suggerito “come” realizzarlo . Cosa ne pensavo di questa scelta del coach? Non mi riconoscevo in quel ruolo,
ero incredulo , immaginavo e pensavo di essere un grande attaccante, ma pur di giocare mi andava bene tutto. Quando un giocatore si trova in campo, non è sempre impegnato in difesa , ha la possibilità di sfruttare il 50% delle potenzialità dell’attacco di squadra. Non andava però come immaginavo. Non avevo più tante energie, dopo il compito difensivo e, inizialmente, quando ero in possesso della palla, pensavo solo al gioco di squadra. In che modo? Praticamente , in attacco, mi riposavo. Ricevevo e passavo subito ad un mio compagno. Questo, a mio avviso, è il risultato della motivazione. Avere una spinta interiore e mettercela tutta per soddisfare chi ti aveva dato fiducia (Kucharski). Dovevo realizzare il sogno di diventare giocatore. Il mio bisogno era tutto li.

Nel reparto allenatori, ci sono stati altri grandi “motivatori” che ho conosciuto direttamente e indirettamente. Ho lavorato con Dan Peterson e sono estremamente certo quando dico che la sua caratteristica principale fosse proprio quella di guidare, motivando, i suoi giocatori. Era un grande oratore, si avvaleva moltissimo della memorizzazione degli episodi di vita vissuta in campo durante la sua carriera. Li usava per sottolineare quello che stava dicendo, durante il pre-gara, facendo leva sull’orgoglio dei giocatori, per dare la carica. Ma non solo. Nei suoi discorsi poteva utilizzare anche esempi storici di vita sociale, oppure di guerre veramente esistite, dove gli uomini riuscivano ad emergere grazie alla sofferenza e lotta sul campo.
Ogni episodio , di ogni partita giocata ,entrava nella sua memoria per non uscire mai più. Erano diventati gli “agganci” , gli esempi per il prossimo incontro. Era laureato in storia e la definiva come un grande “sacco” d’eventi da cui pescare idee , trovare esempi per affrontare i problemi della vita del presente. Preparava i cartelli, essendo un abile disegnatore, dove ritraeva , di volta in volta, il viso di un suo giocatore che indicava , con parole sue, la via della vittoria.
Accanto al ritratto di Villalta poteva scrivere: Villalta dice: “Per vincere col Varese, rimbalzi, tagliafuori e “prendere” sfondamenti!” Come si comportavano i giocatori entrando nello spogliatoio? Parole scherzose ed ironia verso Villalta che però , a fine gara, staccava il cartello e se lo portava via come ricordo.

Un altro grande motivatore è stato Alberto Bucci. Grande oratore , anche lui, che partiva dalla notevole cultura della vita vissuta, e la usava per aiutare a risolvere i problemi esistenziali dei suoi giocatori . Sapeva , perché lui stesso l’aveva provato, che tutti hanno bisogno di solidarietà , che il mondo dei sentimenti era l’unico modo per avvicinare i giocatori. Conoscendo in questo modo il senso della vita , sapeva anche quali erano i bisogni che tutti avevano. Amicizia , innanzitutto, voglia di stare con gli altri per condividere gioia e dolori. Se la squadra stava per affrontare in trasferta una partita importante, la sera precedente alla gara, si evidenziava come grande ideatore e protagonista di “scherzi” da fare a tutti, per ridere e sdrammatizzare.
Cosa c’entrava questa attività col basket? Appunto, poiché il basket è realizzato dagli uomini era importante stare con loro anche fuori dal campo ,in tutti i modi possibili per aiutarli. Era pronto a vivere la loro vita in tutte le circostanze , in presenza di dolori e gioia, problemi sportivi e serenità. Conquistava cosi la loro fiducia ed era pronto a mantenerla ad ogni costo. Quando poi passi una notte a ridere e scherzare, a subire e fare scherzi… e quant’altro, non pensi che domani avrai un incontro duro, quello più importante dell’anno, ma ti trovi ad affrontarlo con la giusta serenità. I ragazzi, suoi giocatori , entravano in campo con il sentimento di non giocare solo per se stessi. Alberto Bucci è stato uno degli allenatori più vincente della storia della pallacanestro italiana. Fino a quando non ha deciso di dedicarsi solo alla famiglia, naturalmente.
Ci sarà qualcuno che potrà superarlo nelle vittorie ma difficilmente nella capacità di motivare.

Alcuni autori chiamano il fenomeno della motivazione col termine “volontarismo” che, francamente può sembrare un po’ ambiguo, ma che dà abbastanza l’idea di quel che succede nella personalità del giocatore. Infatti la scienza ha stabilito che la volontà non è affatto un processo spontaneo originario, ma sembra piuttosto che sia l’effetto di una causa: il bisogno.
Il punto focale delle motivazioni risiederebbe nel bisogno che, agendo per così dire come una “molla”, scatenerebbe l’atto volontario intenzionale o un insieme coerente d’atteggiamenti e comportamenti verso un unico obiettivo.

Esiste una teoria della gerarchia dei bisogni (A.Maslov) secondo la quale i bisogni umani sarebbero organizzati secondo una progressione graduale, in una gerarchia tale che alcuni di essi diventano operanti (motivazioni) solo quando quelli che li precedono, in ordine di importanza, sono soddisfatti.
Secondo A.Maslov al gradino più basso di questa scala ci sono i bisogni fisiologici (respirare, bere, mangiare, giocare ecct) e quando questi sono soddisfatti non sono più una motivazione di comportamento. Dopo avere appagato i bisogni fisiologici, l’uomo non è contento, ma avverte la necessità di soddisfare altri bisogni detti di “sicurezza”, che assicurano la sua protezione. Soddisfatti anche questi, l’uomo vede sorgere bisogni di terzo livello:
i bisogni “associativi” consistenti nella necessità di appartenere ad un gruppo. A questo punto l’uomo ed il gruppo lavoreranno insieme per soddisfare questi bisogni i quali, a loro volta appagati, cederanno il posto ad altre necessità di quarto livello e cioè i bisogni dell’io. Questi sono relativi alla necessità di valutarsi bene, di essere apprezzati da se stessi e considerati dagli altri.
Al di sopra delle esigenze dell’io, infine, si collegano i bisogni di “auto-realizzazione” cioè quelli che realizzano pienamente le proprie potenzialità di sviluppo e creatività. Questi cinque livelli non devono essere visti come separati ed indipendenti, ma sono interagenti come fase di un unico processo. Questo significa che ogni bisogno viene percepito prima ancora che siano interamente e definitivamente soddisfatti i bisogni del livello precedente. E’ da tenere presente che l’uomo tende a soddisfare di più i bisogni a livello inferiore che quelli a livello superiore.

Da quanto detto, il volontarismo (attività della volontà innescata dai bisogni) ci appare come una “tensione” mirante ad attuare certi modi di pensare ed alcuni tipi di comportamento che siano adatti alla soddisfazione di certi bisogni. Possiamo quindi credere che ogni discorso fatto sullo spirito d’iniziativa e di collaborazione, sul senso di responsabilità, sulla buona volontà, sulla capacità di partecipazione mentale, sull’attività spontanea, va ricondotto a questi pochi principi scientifici..
Intanto, quale conclusione dovremo trarre da questa piccola analisi?
Innanzitutto, di non trascurare il gioco quando siamo in palestra.
Il nostro bisogno di insegnare può essere in contrasto col loro desiderio di apprendere attraverso il gioco. Giocare per divertirsi, come abbiamo visto, è inserito nelle necessità di primo livello. E’ il solo ed unico scopo che si raggiunge col gioco? Assolutamente no, ma possiamo dire che è il primo da raggiungere. In seguito, attraverso l’attività ludica, fatta col basket, i ragazzi soddisfano anche esigenze associative, quelle d’appartenenza ad un gruppo, per non dimenticare quelle inerenti ai bisogni dell’io e d’auto-realizzazione.

Ecco cosa dice Augusto Giomo sul comportamento delle persone.

Dietro allo studio sulla motivazione ci sono delle domande comuni che riguardano principalmente, ma non solo, la sfera emotiva del giocatore:
1. Come motivare I giocatori che si impegnano poco?
2. Come mantenere alta la motivazione di un atleta, soprattutto in particolari momenti di pressione sportiva?
3. Quali sono i rinforzi che motivano gli atleti?
4. Qual è il miglior clima emotivo per la motivazione?

La prima risposta a tutte queste domande è l’importanza della consapevolezza da parte del coach sulla funzione della motivazione come spinta verso il buon risultato dell’individuo giocatore, della squadra e quindi di tutta l’organizzazione. Saper motivare le proprie risorse oggi è, dunque, un’abilità dell’allenatore basilare per il buon funzionamento della squadra.
La prima analisi viene fatta sulle motivazioni che spingono la singola persona a frequentare quella determinata squadra: il motivo per cui l’atleta è arrivato a scegliere il basket e il motivo per cui una persona si ritrova a lavorare proprio in quell’organizzazione, in quella squadra. Dal particolare, l’analisi sulla motivazione della risorsa, si allarga verso un contesto più generale e si cerca di integrarla nel sistema organizzativo.

Nella formulazione di questa analisi il coach deve fare attenzione a saper distinguere in modo consapevole ciò che emotivamente appartiene a lui e ciò che a lui è sconosciuto o da lui è diverso e va, quindi, ricercato.
Attenzione a non usare generalizzazioni: “ciò che io penso è vero in modo assoluto ed è il meglio”, l’esperienza, per quanto buona, non insegna ciò che è in assoluto preferibile per tutti, ma piuttosto, a saper affrontare diverse situazioni.

A proposito delle differenze motivazionali, da uno studio sull’allenamento dei campioni sportivi, emerge che le donne rispondono a motivazioni diverse dagli uomini non solamente per la loro differenza fisica. È stato di recente osservato che le donne sono spinte verso una maggiore perfezione tecnica, dunque verso la competenza; gli uomini, invece, sono più attratti dalla competitività, fanno più facilmente gioco di squadra.

La motivazione si muove in una sfera soggettiva, bisogna per questo motivo studiarla con cautela e saper distinguere con precisione la spinta motivazionale comune del gruppo e quella propria della singola persona. Ciascuna persona è spinta da una storia ed ha motivazioni differenti che non diventano automaticamente comuni a tutti solo perché si è parte di una stessa squadra. La difficoltà sta proprio nel saper riconoscere i singoli motivi personali e costruirne uno comune a tutti, nel rispetto sempre e comunque della sfera personale. Competenza, competitività, desiderio di appartenenza ad una collettività, necessità di riconoscimenti, orientamento all’obiettivo etc… sono tutti motivi validi per essere un elemento produttivo in un gruppo.

La chiarezza di un obiettivo comune può aiutare molto l’allenatore, a mantenere vivo un interesse che appartiene a tutti. Raggiungere un risultato sportivo come “ I Play-Offs”, oppure passare alla categoria superiore, oppure semplicemente non “retrocedere” da un campionato, stimola il lavoro di gruppo in modo collaborativo e competitivo.
Non bisogna, però, dimenticare che dietro le motivazioni comuni ce ne sono di personali, non sempre economiche come si tende a pensare ma, piuttosto, di qualità quali il riconoscimento ufficiale del proprio operato, il ringraziamento della propria professionalità, la condivisione del successo e molte altre ancora.

Si ricorda ancora che, se la sfera personale viene sempre messa da parte, piano piano, si arriva all’insoddisfazione del singolo che si incontra presto con un altro singolo insoddisfatto … che insieme contagiano l’intera squadra.

L’IMPORTANZA DEL LEADER

November 21st, 2009

kreso
Ogni volta che parliamo delle problematiche di una squadra, prima o poi , il discorso cade sul “leader”, sul suo ruolo, la sua importanza e le caratteristiche che deve avere.
Tutti sanno, e gli allenatori in particolare, che avere un leader all’interno della squadra può essere fondamentale per una migliore gestione del gruppo stesso (da parte del coach) e per l’attuazione delle proprie idee tecniche e tattiche, ma anche disciplinari e comportamentali.

Agli inizi degli anni ottanta la Virus Sinudyne Bologna aveva un grande leader, purtroppo non riconosciuto dalla squadra, dai suoi compagni, ma in verità un vero collaboratore dell’allenatore, che si assumeva in campo, durante la gara, la responsabilità tecnica ogni qualvolta ce n’era bisogno. Stiamo parlando di Kresimir Kosic, uno straordinario uomo e fantastico giocatore , la cui grandezza non è stata mai oscurata da nessun altro giocatore straniero venuto dopo.
A mio avviso , naturalmente…ma anche perché non bisogna dimenticare che tutta una squadra ha vinto due scudetti consecutivi e, solo grazie a lui, gli allenatori sono diventati “coaches intelligenti”.
Perché non era riconosciuto dai compagni in questo ruolo? Per il suo modo di vivere fuori dal basket e durante gli allenamenti settimanali. Anche questa è solo la mia opinione. Le cose andavano in questo modo. Poiché si allenava molto da solo, sempre di mattino, non dava mai il massimo durante gli allenamenti serali , insieme a tutta la squadra. Per mancanza di energie psico-fisiche e non per snobismo, naturalmente, avendone gia spese un po’. Inoltre era un Vescovo Mormone ed aveva impegni religiosi e poco tempo da dedicare ai compagni, come fanno di solito i leader riconosciuti. Aveva però una grande conoscenza del basket, un vero allenatore in campo e gestiva tecnicamente i compagni con grande sapienza. Deliziosamente ironico, voleva bene ai suoi compagni dei quali parlava sempre in modo positivo, anche se li prendeva scherzosamente “in giro”. L’insieme di queste cose disturbavano un po’ i compagni anche perché nelle prime partite del campionato non era mai in grado di giocare come sapeva. Era però sempre in gran forma alla fine, durante i play-offs. E questo ci faceva vincere il campionato. Mica male, vero?E’ successo nel 1979-80 e 1980-81.
Ancora una sola cosa a riguardo. Devo anche dire che, se non correva un buon feeling coi compagni, un po’ di colpa è da attribuire anche agli allenatori che non erano riusciti a mediare questo personaggio col resto della squadra. Il motivo? Sicuramente abbiamo imparato un po’ tardi a capirlo e a stabilire che era veramente un grande.

Per una squadra possedere un leader, dal quale farsi guidare soprattutto nei momenti di grande difficoltà, è di vitale importanza per arrivare ad ottenere i risultati che la stessa società sportiva desidera raggiungere. Il leader è colui che fa risaltare le potenzialità dei singoli, il fulcro intorno al quale si fonde il gioco e lo spirito di un gruppo, molto importante per il raggiungimento dei traguardi sportivi.

Kresimir Cosic aveva in mano tutto l’attacco di squadra, il primo passaggio era sempre per lui ,e questo lo avevamo stabilito noi allenatori. Era considerato dal coach il vero playmaker della squadra. La sua caratteristica principale? L’imprevedibilità del passaggio, ma sapeva fare tutto. Con il possesso di palla era in grado di distribuire passaggi a tutti , perché era pericoloso nel tiro, ma soprattutto era eccezionale nella ricerca del compagno più in forma in quel momento. Quando lo aveva scelto si concentrava solo su di lui facendolo rendere al massimo. Quanti giocatori sono in grado di fare la stessa cosa? In una partita col Partizan di Belgrado (1980) fece realizzare 25Pt. in un solo tempo a Jim McMillian perché aveva stabilito che era il terminale dell’attacco più sicuro in quella gara. Finchè Jim realizzava nessun altro riceveva la palla per un tiro, anche se erano liberi.
Chi è mai stato in grado di ragionare in questo modo?Il giocatore che maggiormente è migliorato durante il suo periodo a Bologna? Sicuramente Renato Villalta, un esecutore micidiale per realizzare canestri sui suoi passaggi.

Le persone che hanno giocato ad un certo livello sanno che non tutti possiedono la stessa dote di carisma. Vi sono quelli che restano defilati, altri che amano farsi guidare, altri ancora capaci soprattutto di trascinare. In che modo? La leadership è una componente dinamica che integra molti altri elementi, in particolare la personalità e l’ascendente sui compagni. E i leaders, solitamente , vengono vissuti dai compagni come figura capaci nel condurre le squadre verso il successo.

A Kresimir Cosic non interessava la classifica dei marcatori, ma risolvere le situazioni “topiche” della gara, che non erano sempre le stesse. A volte bisognava realizzare un canestro per la vittoria, altre quello dell’aggancio, altre ancora quello che distruggeva completamente le speranze avversarie di rimonta. Solo da lui abbiamo sentito pensieri riferiti alla cattura di rimbalzi in un momento topico per vincere una gara, solo lui era in grado di creare situazioni con continuità e, quando voleva, fare passaggi vincenti (decisivi) per i compagni e per la squadra. E la difesa? Era un grande “intimidatore”, grazie al suo tempismo nel salto. Per questo, la sua difesa preferita era la “3-2” con lui stesso in punta. I compagni dovevano fare il tagliafuori per lasciare a lui la cattura del rimbalzo nella zona centrale e l’esecuzione del passaggio d’uscita per il contropiede.
Sapeva poi leggere qualsiasi situazione tattica che l’avversario presentava e, soprattutto, come risolverle. Non aveva bisogno di guardare l’allenatore per avere suggerimenti. In campo, il coach era lui.

I leaders sanno creare buoni rapporti coi compagni e l’allenatore. Il leader “riconosciuto” deve avere una personalità particolare, un ottimo livello di autostima, essere consapevole del proprio lavoro, avere la capacità di guidare in campo la propria squadra, senza essere egoista e mettersi a disposizione del gruppo. L’intelligenza e sensibilità sono le sue doti principali. In altre parole, deve avere una grande intelligenza emotiva.

Il leader che aveva queste capacità per essere accettato e riconosciuto dai compagni come tale era Massimo Masini, che ho conosciuto personalmente quando allenavo il Fernet Tonic. Un grande giocatore che giocava con “le statistiche in tasca” , tirando a canestro senza forzature, ma con grandi percentuali. Era amato dai compagni coi quali si ritrovava spesso fuori dal basket ed aveva uno stupendo rapporto anche col coach.
Ritornando a Cosic, voglio ricordare che non aveva questo rapporto coi compagni fuori dal campo, ma apprezzavo la prontezza nel difenderli dal “mobbing” dei cattivi tifosi, fatto anche dai giornalisti e da certi dirigenti. In che modo interveniva verso quest’ultimi? Quando volevano punire i suoi compagni che commettevano errori comportamentali o per mancanza di rendimento aveva sempre una buona parola per loro, facendo aumentare nei dirigenti il loro livello di pazienza e tolleranza.

Bisogna distinguere tra leader positivo e negativo. La differenza? Quando il leader è positivo , nel senso che sposa la linea scelta dall’allenatore, diventa un supporto per la gestione tecnica del gruppo smussandone gli angoli di contrasto, rendendo la vita del coach più facile e migliorando il rapporto di creatività della squadra e convivenza dei compagni. Quando invece il leader è negativo e assurge al ruolo di primadonna, non dando mai l’esempio in ogni circostanza, viene usato dal gruppo nel tentativo di ottenere delle riduzioni del lavoro da svolgere, per evitare un supplemento di lavoro, un ritiro oppure un’amichevole ingombrante. In questo caso, se la società non forma un unico blocco con la conduzione tecnica (coach) , questi si troverà spesso a lavorare in contrasto con la squadra come tra “l’incudine ed il martello”. Quando invece la società è forte ed ha un unico interlocutore tra proprietà ed il tecnico, allora il discorso cambia. Quando si verifica questa coesione, il leader negativo sa di non trovare alleati, quindi sposa meglio la linea comune imposta dalla società e il tecnico . E’ l’unico modo affinché diventi utile nell’economia del gruppo e non tenti di scavalcare il tecnico.

Ci sono stati nella storia della Virtus Bologna giocatori che vestivano gli abiti del leader negativo? Certamente, è capitato prima che arrivassi in prima squadra. Si comportavano come primedonne ed erano sempre a cena coi giornalisti. Raccoglievano articoli dei giornali sapendo che era una documentazione importante da esibire (eventualmente) agli sponsor che investivano in pubblicità. Facevano magari ottime partite, ma mai hanno fatto vincere campionati alla squadra. Ingigantivano con effetto “alone”quella saltuaria bella prestazione che eseguivano, facendo così sperare inutilmente in una continuità su quel livello. Non sono mai stati in grado di fare l’ultimo tiro per vincere una partita sviluppatasi punto-a-punto. Il rapporto coi compagni era, ovviamente, pessimo. Fino a che punto? Raccontiamo a proposito questo aneddoto.
Una volta 9/10 della squadra si ribellarono al leader negativo con una dichiarazione di sfiducia inoltrata alla presidenza della società. Della serie: “O via lui o noi cambiamo squadra!” Come andò a finire? Il Presidente fu d’accordo, ma lo sponsor mise il veto sulla cessione del leader negativo, che non faceva vincere nulla ma si sperava che fosse ugualmente un utile veicolo pubblicitario.

Ricordiamo infine che esistono giocatori che si atteggiano al ruolo di leader solo nello spogliatoio, prima degli allenamenti, ma poi sul campo riescono a svolgere unicamente il loro compitino. Sono delusi e fanno polemica , ma di nascosto senza avere il coraggio di essere negativi più di tanto. Sono re della zizzania, portatori di “mobbing”.

Abbiamo visto nella favola del “Jungle Team” la figura della Volpe che deve essere considerato un esempio di leader negativo a causa del suo atteggiamento egoistico e per desiderio di ottenere maggiore considerazione da parte dei tifosi e giornalisti. Qui, il leader negativo ha la stessa volontà e determinazione del Delfino ,ovviamente leader positivo, ma usa il suo talento per remare dalla parte opposta alle idee dell’Elefante(Coach) perché non ha nessuna motivazione verso l’amicizia, la socializzazione della squadra non essendo tanto considerato. Nella favola, la Volpe non ha seguaci mentre nella realtà possono nascere delle amicizie tra i componenti di un gruppo che amano la trasgressione, non avendo il coraggio di affrontarla personalmente. Senza una precisa personalità indirizzata in quel senso, si accodano e basta.

L’AUTOVALUTAZIONE

September 27th, 2009

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Imitare un compagno comporta un processo mentale, basato sull’auto-valutazione, che l’allievo esegue istintivamente. La chiave dello svolgimento psichico sono i “neuroni a specchio”. Questi, infatti, ci offrono una rappresentazione interna, di ciò che andiamo osservando per “copiare”, solamente se possono collegarla con un’azione simile che si trova già nella nostra memoria. Quindi l’auto-valutazione spontanea ci dice se siamo in grado di riprodurre un movimento che si vuole apprendere.
La naturalezza dell’apprendimento per imitazione non ha confronto in nessun altra forma di acquisizione: tutto avviene apparentemente con la massima facilità. In genere l’insegnante si limita a dimostrare l’azione motoria e l’allievo la riproduce (anche se in forma grossolana). Abbiamo un’altra possibilità.
La dimostrazione fatta dall’allievo del mini-basket più bravo ha una valenza psicologica più profonda di quella fatta dal Coach. Proviamo ad allenare questa possibilità di apprendimento. I bambini sono stimolati a “copiare” soprattutto la “stella” che ammirano per TV oppure quando sono presenti alle gare sportive.
Poiché il ragazzo non va più sui campetti come una volta , riteniamo che sia importante organizzare, durante l’allenamento, un momento per l’apprendimento che sviluppi l’auto-valutazione.

Se interrogassimo un giocatore “maturo” con una buona base culturale (sportiva) per chiedergli cosa sia l’auto-valutazione, dovrebbe rispondere:
“L’auto-valutazione è la stima che abbiamo di noi stessi, la capacità di controllare se quello che stiamo facendo va bene, una base per avere anche la conoscenza di quello che possiamo fare insieme ai compagni di squadra.”
Sarebbe una risposta veramente soddisfacente, vero? Anche chi ama le “definizioni” del basket, non avrebbe nulla da ridire. Purtroppo la realtà è diversa, pensare di trovare questo genere di cultura tra i giocatori è spesso un’illusione. Il motivo?
La causa è da cercare nella esagerata l’abitudine ad “obbedire” al Coach che gestisce tutto. Che gli serve auto-valutarsi se tutto è gestito dall’allenatore? Maturerebbe un apprendimento che lo renderebbe più sicuro. Non è poco. E’ la strada per diventare autonomo. Se il suo apprendimento fosse stato acquisito per imitazione il suo livello di sicurezza sarebbe migliore e il rendimento più costante.

Rimane tuttavia un briciolo di speranza perché qualche allenatore già pensa che occorre stimolare l’auto-allenamento e farlo al più presto.
Il passo per arrivare alla “auto-valutazione” è breve perché chi si allena da solo, spesso lo fa per imitare una “stella” del basket. Quindi prova e riprova movimenti con partecipazione mentale. Nel frattempo, poiché amiamo le “definizioni” potremmo chiamare noi stessi “auto-valutazione” la conoscenza specifica di quello che ogni giocatore sa fare con la palla, senza palla e a rimbalzo, nel contesto del gioco, leggendo la difesa. Bello vero? Ogni giocatore sarebbe anche pronto ad imitare, copiare i movimenti dei giocatori più bravi. Poiché non c’è abitudine ad auto-valutarsi a livello conscio, abbiamo preparato una tabella basata sulla propria votazione.

Se facessimo veramente una domanda del genere, sull’auto-valutazione ,pochissimi giocatori (giovani o maturi) saprebbero rispondere, siete d’accordo? Questa è la realtà. Il motivo? Ci ripetiamo volentieri. Dipende dall’apprendimento dell’attività sportiva. Il “come” è importante. Di solito, chi gioca non ha una “vera” cultura e, sembra, che non sia poi tanto importante realizzarla. Se si definisce la vita come la soddisfazione personale dei propri bisogni, nello sport non c’è più il “bisogno personale della conoscenza”, la capacità di apprendere da solo, per imitazione.
Viene evidenziata la lacuna quando ormai è troppo tardi. Infatti, non si sente tanto parlare d’auto-valutazione da parte degli allenatori che dovrebbero invece incentivarla. Il loro “sacco” è sicuramente pieno di cultura, ma la sicurezza che determina quella conoscenza, non è trasmessa al giocatore. Involontariamente, sia ben chiaro, perché gli allenatori pensano che basti il loro insegnamento, mentre dovrebbero essere facilitatori d’apprendimento.

Auto-valutarsi significa avere la voglia di guardarsi allo specchio e rendersi conto di quello che si fa, bene o male che sia, ma soprattutto comprendere perché si sviluppa il movimento in quel modo, per poi eventualmente migliorarlo. Come? Sarebbe sufficiente vedere come lo fa un giocatore più bravo e avere voglia di imitarlo.
Ecco come si può capire quanto sia importante potersi rivedere , almeno ogni tanto, in TV col video-tape. E’ un’idea realizzabile? Col poco tempo a disposizione non è certo la strada da seguire (con i giovani) e credo che ci siano altri modi per rendere consapevoli gli allievi di se stessi, anche durante l’allenamento. Come? Coinvolgendo i ragazzi ad allenarsi da soli. Se il Coach ci crede, trova il modo, che è anche facile, perché loro, è risaputo, fanno sempre quello che vogliamo noi allenatori. Basterebbe appunto crederci e comprendere che, attraverso un certo tipo di apprendimento, si può realizzare l’autonomia dei propri giocatori. E’ la grande meta dell’allenatore. Un traguardo importante, ma gli allenatori lo sentono come un bisogno personale? Dovrebbero chiedersi se è veramente la loro meta prioritaria…

Non mi risulta che ci sia qualche collega che dia l’opportunità ai giovani di far gestire il proprio allenamento, o una parte dello stesso, che sarebbe già un passo avanti. Un’opportunità di comprendere, da soli, se stanno agendo in modo giusto o sbagliato, senza l’intervento del coach. E’ immaginabile che l’allenatore si tiri un attimo da parte? Non dovrebbe essere considerato un pensiero fuori dal mondo…
Infatti , qualcuno ha detto: “Che ne sanno loro di auto-valutazione? A cosa serve? Perché poi dovrebbero allenarsi da soli, quando ci siamo noi allenatori?”
Quanti, poi ,saprebbero farlo? Voglio dire, quanti ragazzi conoscerebbero il modo di allenarsi da soli per migliorare il loro senso d’auto-valutazione? Nessuno, perché l’allenatore non lo permette, soprattutto se viene percepito come tempo sprecato. Infatti, quasi sempre il centro dell’attività non è il ragazzo e la sua crescita sportiva consapevole. Questo pensiero non va , non da frutti, ed è meglio che tutto giri intorno all’allenatore. Lui conosce ogni cosa ,dalla teoria alla pratica del basket, ha una grande cultura per la gestione dell’allenamento, partite, conosce la “fisiologia” dell’apprendimento e segna per terra il percorso da seguire. E l’allievo? Deve subire l’educazione che viene dall’alto, senza partecipazione, con insicurezze che nascono relative alla mancanza di conoscenza , quindi col futuro scontato da “brocco”…
Ricordate cosa diceva Cresimir Cosic, il più grande “forestiero” che ha giocato in Italia? Affermava con monito: “Giocatore, allenatore dipendente, tristo che puzza!!!”

L’allenatore stabilisce che, attraverso una progressione d’esercizi ben fatta, dentro un allenamento speciale, utilizzando il gioco guidato, l’allievo dovrebbe essere in grado di giocare in modo soddisfacente, consapevole , risolvendo anche le problematiche del gioco. Magari pretende anche che, conseguentemente, il suo allievo sia “creativo”. E’ già qualcosa, sia ben chiaro, il Coach pensa di avere dato tutto, ma non è cosi. Il suo aiuto sarà sicuramente importante e opportuno, ma è il giocatore che deve essere in grado di dominare il gioco, da vero padrone del campo.
Nessuno si ribella? Qualche volta è capitato.
“Coach , ognuno faccia il proprio lavoro, non devi dirmi cosa devo fare in campo!!!”
E’ la risposta del giocatore autonomo fatta al suo allenatore che provava a dargli consigli. E’ ovvio che un giocatore che si esprime in questo modo deve conoscere il gioco come un allenatore. Perché non facciamo partecipare ai “Clinics di aggiornamento tecnico” anche i giocatori che lo richiedono?

Si arriva al risultato dell’autogestione del proprio allenamento partendo bene. Fin dall’inizio, bisogna dare la priorità al gioco durante l’allenamento, col ragazzo protagonista in campo che esprime le sue capacità di espressione sportiva, seguendo però i principi del gioco stesso. E’ necessario che qualcuno li enunci, basta poco. “Leggi la difesa è il primo, sii pericoloso il secondo”. Poi, pian piano arrivano quelli che riguardano lo spazio e il tempo, legati al movimento senza la palla. Anche i fondamentali vanno gestiti da loro, dopo un nostro primo intervento. Proviamo a farlo, per vedere cosa succede. Basta scegliere un ragazzo bravo che esegue mentre gli altri ripetono, dopo l’osservazione del suo gesto.
“Facciamo il gioco della scimmia. Chi copia bene, vince e comanda”. Esattamente come nel disegno.

Solo se l’allenatore comprende quanto sia importante l’autonomia del giocatore , può pensare di cambiare il suo modo (metodo) di allenare. Sia chiaro, esiste ed è rispettabile anche il ragionamento opposto. “Non credo che attraverso l’autonomia del giocatore si possa arrivare a vincere qualcosa perché l’uomo è egoista e vicino alla parola autonomia occorre la maturità del giocatore. Solo se l’allenatore gestisce i suoi movimenti tecnici , le sue abitudini, si può vincere”. E’ il pensiero di molti Coaches.
Alcuni ,invece ,affermano, giustamente, che solo quella del giocatore senior può dirsi autovalutazione in senso stretto, perchè implica una forma di autocoscienza rara in ragazzi in età preadolescenziale o adolescenziale.
Noi la pensiamo diversamente perché crediamo nell’auto-valutazione istintiva di coloro che “vogliono” apprendere, avendone anche la predisposizione.
Diamo un’idea, un semplice consiglio, partendo dal presupposto che incentivando la loro auto-determinazione sia il modo migliore di dare sicurezza agli allievi che, in questo modo, apprendono meglio. In altre parole il giocatore deve scoprire lo spirito del basket che è la “conoscenza” di tutti i suoi aspetti, dal fondamentale al gioco, dallo spirito alla disciplina di gruppo. Tutto passa dall’auto-valutazione. Sapendo quando si vale, anche solo spontaneamente, si può apprendere per imitazione.
Se si è carenti, ma c’è volontà, ci si darà da fare per migliorare. Da solo? Non completamente. Con l’aiuto del proprio allenatore che ha avuto l’intelligenza ed il merito di rendere partecipe il giocatore ad ogni problema, sia di carattere tecnico, fisico o psicologico. I problemi più semplici, quelli di carattere tecnico, bisogna saperli risolvere da soli. E l’allenatore? Aiuta dispensando , offrendo, in modo intelligente la conoscenza. Ecco cosa serve la tabella di auto-valutazione che proponiamo alla fine ,per aiutare a risolvere i problemi del tiro. E’ più adatta per giocatori maturi? Sono d’accordo.

Ovviamente è un altro modo di pensare, senza volere sottolineare che sia quello giusto. E’ solo un modo diverso e bisogna veramente crederci perché l’allievo sta benissimo con l’allenatore “onnipresente”, proprio perché fa tutto lui. Siete d’accordo? Fa parte della cultura di questo periodo storico: il giovane va in campo agli ordini del Coach, rendendosi disponibile a fare tutto quello che gli viene ordinato. Al giocatore va bene cosi, non sa sicuramente cosa proporre di diverso, di meglio. Come potrebbe?

A mio avviso, metterlo in condizione di allenarsi da solo sarebbe il primo passo per costringerlo ad auto-valutarsi, sia pure istintivamente, dandogli dei punti di riferimento tecnici e renderlo attivo attraverso la partecipazione mentale al progetto. Se un allenatore crede che questo sia importante deve creare una condizione per realizzare il piano di lavoro che metta al centro l’attività del ragazzo. Se hanno un programma da svolgere, lasciamoli fare almeno un po’ d’autogestione, una parte dell’allenamento. Possibile che l’allenatore possa poi sentirsi inutile per cosi poco? Gli piace di più il ragazzo dipendente, quello che è pronto ad eseguire? Avrà mai sensi di colpa se lo trova incapace di prendere una decisione in campo? L’allenatore dovrebbe modificare il suo metodo, comprendendone le lacune.

Con i bambini di 11 anni dividiamo il gruppo in tre squadre, operanti in tre diversi canestri. Chi sono gli allenatori? Gli allievi più bravi che fungono da assistant-coach. Non c’è nulla di meglio apprendere dal compagno più bravo, disponibile a diventare “leader”, perché “costringe” i compagni a partecipare mentalmente. Non c’è invidia, lo fanno volentieri. E’ come giocare nel “cortile” liberamente. Ai tre capi-gruppo assegniamo un programma d’esercizi (fatti eseguire precedentemente a tutti, da parte del Coach) che pian piano aumenterà. Gli altri devono copiare da loro. Come già detto, il disegno in alto raffigura questo momento. L’allenatore non è escluso perché ha programmato tutto, predisponendo l’ambiente, ha iniziato lui dicendo cosa e come fare.

Il giocatore che, durante una partita è in difficoltà tecnica e guarda l’allenatore con sguardo disperato per chiedergli aiuto è un episodio di vita sportiva che l’allenatore stesso non dovrebbe accettare. In che modo si risolve il problema? Rendendolo autonomo in campo, parlando spesso con lui, dandogli compiti precisi. E’ ottimo da parte dell’allenatore preparare la gara contro gli avversari, ma anche controllare se hanno compreso l’allenamento e memorizzato i dettagli. Le modalità sono altamente specifiche, ogni coach ha la sua.

Personalmente mi sforzo di fare in modo che i ragazzi si arrangino a risolvere i loro problemi , almeno quelli semplici. Non sempre ci riesco, ma sono su quella strada. Quando parlo di queste cose mi vengono in mente tutti gli episodi della mia vita di allenatore dove la semina è stata vana perché il terreno, pur fertile, aveva bisogno dello spirito e personalità del ragazzo, non del mio. Solo chi si rende conto che la strada è sbagliata, poi cambia, come puntualmente ho fatto.

Il giocatore, auto-valutandosi, attraverso l’osservazione di se stesso, il confronto con i compagni, gli avversari, le “stars” del suo periodo, scopre le sue qualità e anche tutti i difetti che l’aiutano ad auto-correggersi. Credetemi, fa aumentare la sua sicurezza. Sia ben chiaro , questo si realizza se ha un punto di riferimento culturale, quello che gli ha trasmesso il coach. Per questo facciamo scrivere sul quaderno esercizi e pensieri che saltano fuori dall’allenamento. E’ un mio desiderio che non tutti fanno. Abbiamo una favola che racconta la storia di “Arturo il Canguro”, Australiano-di-Coppa, che portava sempre con se il suo quaderno…
Rendere autonomo l’allievo è una meta importantissima che stimola l’attenzione dell’allenatore, ma per l’applicazione il punto d’arrivo dovrebbe essere sentito soprattutto dal giocatore. Tuttavia, provarci non costa nulla. Con alcuni ragazzi sono riuscito a trasmettere questi concetti culturali che percorrono la strada dell’autonomia, con altri purtroppo tutto è stato vano.

Apparentemente, ci sono meno problemi quando gli allievi sono bambini, perché cominciano così e , per loro, un modo vale l’altro perché, appunto, iniziano il loro cammino di apprendimento. Qualcuno potrebbe pensare che siamo nel campo della utopia perché il ragazzo viene in palestra soprattutto per divertirsi. Verissimo, ma anche noi allenatori vogliamo far festa, avere una soddisfazione. Il divertimento è anche nostro e lo cogliamo cercando di raggiungere le nostre mete . La più grande? Dovrebbe essere l’autonomia dei nostri allievi e questa è una strada che passa nella zona dove abita l’auto-valutazione istintiva, la base per “copiare”.
Come fare? Lo abbiamo detto. Bisogna trovare il punto in comune con le esigenze del ragazzo. Intanto la favola li cattura, poi abbiamo il gioco, che deve essere il “centro” attorno al quale gira tutto. E’ evidente che siamo contenti noi stessi nel vedere esplodere la loro gioia , quella che nasce dalla vittoria conquistata in una piccola gara, senza pensare sempre al futuro. Il loro divertimento sarà così soddisfatto, giusto? Ma il gioco (5c5) è anche un buon “allenatore” perché fa apprendere il suo spirito nel praticarlo e questo non è poco.

E siamo al dunque, perché i fondamentali, appresi sotto forma d’esercizi, non possono essere trascurati. Ci tengo molto a sottolineare che però devono essere appresi possibilmente in modo autonomo, dopo essere stati dimostrati , con pochi interventi, dall’allenatore. A mio avviso, i fondamentali sono per un giocatore come i vestiti: devono essere funzionali (raggiungere lo scopo per cui sono usati) e comodi (adatti alle capacità degli allievi).
Il tentativo successivo deve essere portato ad imitare il compagno più bravo. Il segreto è riuscire a predisporre un tempo, prima dell’orario dell’allenamento, dove i ragazzi vengono (se vogliono) per auto-allenarsi. E’ questa la chiave, il punto focale della mia filosofia. Pian piano , qualcuno di loro mi chiederà di aprire la palestra sempre in anticipo. E sapete perché succede questo? Semplice. Non ci crederete, ma vengono perché trovano divertente fare da soli i loro esercizi, senza “svaccare”.
C’è un’altra verità che non deve essere trascurata. Anche i loro genitori devono essere d’accordo, ma è una fortuna che non capita sempre.

Noi allenatori non dobbiamo cadere nell’errore di poterci sostituire alla natura del ragazzo, anche con il generoso intento di fare il suo bene, mettendo le cose in modo tale che sia facile apprenderle. Facilitatori d’apprendimento, direbbe qualcuno, non vuol dire fargli trovare tutto pronto. E’ il nostro compito, potrebbe dire qualche altro collega. E’ vero , ma ci deve essere un limite. Possiamo solo seminare e cercheremo di farlo bene, coinvolgendolo mentalmente, ma niente di più. La conoscenza del problema e la volontà di risolverlo con l’apprendimento fatto nel modo giusto completa l’opera.

Prendiamo in esame il tiro.
La conoscenza dei parametri per l’auto-correzione è fondamentale, perché dona sicurezza. Mi sgomenta vedere l’allenatore che corregge continuamente.
Lo scopo definitivo deve essere quello di rendere gli allievi quanto più possibile fiduciosi di loro stessi. L’auto-valutazione ci dà una mano. Li costringe a meditare quando sono soli e prendere decisioni mentre lavorano. Sono costretti ad auto-correggersi che è il “dettaglio” più importante per l’apprendimento del tiro.
Ecco che salta fuori l’uso della “tabella” che mette in evidenza, costringe a pensare alle proprie caratteristiche, ma anche alle lacune.

Quando diventeranno autonomi per rispondere a quella domanda iniziale? Se è vero che ogni allievo deve raggiungere la sicurezza in campo , sarà un giocatore “vero” quando non dipenderà più dal suo allenatore. Ci arriverà pian piano imparando dai suoi errori, quindi comprendendo lui stesso quando sbaglia e perché.
L’auto-valutazione dei movimenti individuali, può avere la necessità del video tape, come abbiamo detto. Sarebbe un ottimo strumento che potrebbe verificare se l’immagine ideo-motoria, che l’atleta si era costruito in allenamento o ammirando un campione, possa corrispondere alle sue aspettative. Potrebbe studiare attentamente il suo movimento per memorizzare e correggersi negli atteggiamenti che giudicherebbe difettosi. L’uso del video tape sarebbe da utilizzare solo se la differenza tra l’immagine reale e quella eseguita fosse grande per facilitare il processo di auto-valutazione.

Tuttavia, mi sembra di poter dire che tutto questo è solo teoria perché non c’è molto tempo da dedicare ai filmati. I ragazzi sono pieni d’impegni e una volta o due (all’anno) potrebbero guardarli, essendo una novità, ma poi lascerebbero perdere. Cosa fare allora? Esistono altri mezzi… ma è inutile elencarli perché appartengono solo a chi ci crede. Fare ,in questo caso, una ricerca è assai facile. Tuttavia vorrei presentare un esempio, un’esperienza che ho avuto per un po’ di anni.

Ho allenato per un certo periodo di tempo (e lo sto facendo ancora) Pierfrancesco Acquaviva, playmaker della “ Pallacanestro E’ Vita Budrio”, perché pensava che, attraverso il mio insegnamento, avrebbe potuto migliorare il suo tiro. Lo pensava lui, ma l’ho convinto che non era cosi.
Ho fatto con Pier il percorso dell’auto-valutazione con l’ausilio di una scheda, leggendo la quale, doveva darsi un voto da 0 a 10 sulle sue capacità nei fondamentali. Per il “tiro da fuori” si era attribuito un bel due. Niente male vero? Ho richiesto subito di usare il metodo di allenarsi da solo conservando le statistiche ed ho basato il tentativo di aiutare il suo apprendimento basato sulla cultura. Era importante che apprendesse a gestire i parametri del tiro: regolazione della distanza, padronanza delle parabole, gestione delle spinte e lavoro con palloni di diverso peso per imparare a gestire la correzione. Prima di lasciarlo alla sua autonomia per l’apprendimento, dopo un certo periodo, abbiamo fatto il test usando la stessa scheda (tabella) dell’auto-valutazione. Per il tiro-da-fuori si è attribuito un bel sette che non ha il significato di dare un voto per il proprio rendimento statistico, ma alla sicurezza acquisita. Ora è autonomo ed è consapevole di non aver bisogno che nessuno lo alleni perché sa benissimo cosa fare da solo.

LA SCHEDA DI AUTOVALUTAZIONE

La scheda (tabella) di auto-valutazione ha il compito di portare “a galla”, consapevolmente, quello che si pensa, più o meno istintivamente, dell’esecuzione dei propri fondamentali. I giocatori portati a rispondere all’allenatore , che pone le domande, dimostrano anche la propria personalità. Alcuni, timidi, fanno fatica ad attribuirsi un 9 oppure un bel 10 nel palleggio o nel passaggio. Altri con un forte “super-io” non ci pensano due volte, anche se questo non corrisponde alla verità, quella pensata dal Coach.
Un ragazzo che si attribuisce degli ottimi voti nei fondamentali della scheda è sicuramente in grado di copiare i movimenti dei grandi campioni. Li osserva poi va al campetto ed esegue il fondamentale. Durante gli allenamenti fa pratica sorprendendo i compagni.
Questo è l’apprendimento.

LE SCELTE DEL COACH

August 30th, 2009

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Da un mito religioso: “Con la creta un Dio modellò con cura l’uomo, ma quando un altro Dio gli inserì lo spirito, la sua personalità, l’uomo disse al primo Dio: non ti appartengo!!!”

Dal p.d.v. della religione cattolica è una vera eresia, giusto? Il mito appena accennato ha però un significato preciso se rivolto a genitori ed allenatori.
Qui non c’entra l’eresia, non importa che sia stato un solo Dio a fare tutto, oppure due. Infatti, i figli non appartengono ai genitori che hanno il merito di averli fatti nascere e il giocatore non appartiene in nessun modo al suo allenatore che ha il merito di avere fatto scelte giuste (sportive) per lui. Vogliamo sfatare i detti che un giocatore è la “creatura” di un allenatore che lo ha aiutato oppure che un atleta è “eccezionalmente” migliorato sotto la “cura” di chi l’allena. Questo senso d’indipendenza balza evidente anche all’atleta, quando scopre di avere una precisa personalità. E allora? Esiste innanzitutto la volontà e determinazione del giocatore che segue le sue capacità, senza le quali l’allenatore non crea nessuno. La sua “personalità” non appartiene neppure ai genitori, ma alla vita stessa.

Quando le scelte del Coach sono ben fatte influiscono per il 5-10%, se l’allievo ha talento, un po’ di più se si tratta di un giocatore normale. E’ completamente dipendente se è “tristo che puzza”. Non siete d’accordo? Proverò a dare qualche spiegazione , ma vale sempre la regola che tutto è opinabile.

Di quali scelte stiamo parlando? Quelle di carattere tecnico, naturalmente, anche se non sono le sole. A nostro avviso l’allenatore dovrebbe mirare, innanzitutto, ad una grande meta mentre opera con le scelte, che è quella dell’autonomia dei suoi giocatori. E questa parola ha un significato preciso che si raggiunge attraverso l’apprendimento e non con l’insegnamento tradizionale che troppo spesso fa raggiungere livelli di dipendenza del giocatore dall’allenatore. Questi deve, innanzitutto, fare scelte affinché i giovani s’innamorino dello sport e far sì che gli stessi partecipino mentalmente all’apprendimento dei fondamentali senza i quali non si può giocare. Occorre perciò sviluppare il bisogno dell’auto-allenamento, l’autonomia comincia da li. Il metodo di lavoro diventa una scelta importante. Deve far divertire per far appassionare , deve far partecipare per dare consapevolezza , deve far giocare per la conoscenza delle problematiche dello stesso gioco, quindi instradarlo verso il suo apprendimento e ,conseguentemente, in direzione dell’autonomia.

Siamo convinti che ci sono diversi tipi di scelte, ma alcune hanno decisamente la priorità su altre. Bisogna trovarle. Cercare quindi di scegliere le idee che abbiano la precedenza “assoluta” e di farlo con sicurezza. Questo è un concetto d’opzione personale, dipendente dalla personalità e cultura del coach. Nessuno può pensare d’essere depositario della verità. Per questo motivo ognuno di noi, dovrebbe sempre far precedere il proprio pensiero da una premessa, intesa come “parolina magica” e dire: “A mio modesto avviso…” Infatti, per definizione, il basket è uno sport opinabile. Lo sto dicendo troppo spesso, vero? Non lo dirò più.

A nostro modesto avviso pensiamo che il basket, o lo sport in generale, deve essere sfruttato per la crescita del ragazzo e non viceversa come dice l’ortodossia tecnica. Non dovremmo, in altre parole, mai fare delle scelte guardando esclusivamente al Basket, come priorità da salvaguardare. Siamo convinti che nessun giocatore diventerà bravo solamente grazie alle nostre scelte d’istruttori, ma crescerà soprattutto per come avrà appreso lo sport attraverso l’entusiasmo, alle sue capacità psicologiche, fisiche e per come sarà stato abile ad imparare guardando gli altri. Perciò, lo ripetiamo senza stancarci: l’auto-allenamento è indispensabile.
Qualcuno comincia a dirlo apertamente e noi siamo d’accordo.

Per questo motivo poco importa l’ortodossia tecnica, ma tutto quello che si riesce a fare affinché il ragazzo si entusiasmi giocando. Tutta l’attività dipende soprattutto dall’interpretazione del bambino. E le nostre scelte? Non si discute il fatto che per apprendere il gioco in terza elementare (attività scolastica) abbiamo fatto sentire la nostra influenza. In che modo? Una semplice scelta. Per apprendere il “gioco-sport” è meglio limitare i fondamentali che risultano discriminanti (palleggio e difesa). E’ stato fatto l’esperimento a Budrio che ha avuto un buon successo.

Il motivo principale per cui si devono fare delle scelte è derivato dal fatto che, come principio dell’insegnamento, la stessa pedagogia consiglia di NON insegnare due cose contemporaneamente. Scontato? Lo analizziamo ugualmente. Non si può, per intenderci, aiutare il ragazzo ad apprendere la difesa (con la D maiuscola) se si pretende , fin da subito, che sia in grado di “anticipare” e “aiutare”, di passare la palla e palleggiare, di giocare a zona e a uomo. Prima una meta, poi l’altra.
Bisogna scegliere. Nella scuola elementare abbiamo scelto l’attacco al “castello” ed il rientro difensivo per far giocare a Basket. Non sono in contrasto, ma consequenziali.

Mai insegnare due dettagli contemporaneamente. Per questo motivo sono state tracciate delle linee tecniche , che noi amiamo chiamare “ortodosse” dove si dice, per esempio, che bisogna assolutamente insegnare prima la difesa individuale , poi quella collettiva (a zona), oppure prima l’anticipo dell’aiuto, prima il taglio del blocco e il pressing a uomo tutto campo deve precedere la difesa nella propria metà campo, ecct. C’è un tempo per ogni cosa, anche il regolamento federale ci aiuta.
Quindi, delle priorità da seguire. La nostra precedenza? Il gioco, facciamo innanzitutto e soprattutto giocare per offrire l’idea “globale” del problema, ma non la lasciamo da sola.

Scelte, l’allenatore deve quindi fare delle scelte , ben sapendo che ci sono diversi modi per iniziare.

Dobbiamo essere preparati nel farlo, con la consapevolezza (però) che occorre far apprendere tutto il basket che è, per definizione, uno sport di situazioni dove l’imprevedibilità è il suo “sale”.

Un allenatore non dovrebbe mai dire che si deve per forza sviluppare, in modo assoluto, il passaggio piuttosto del palleggio, quando tutto ciò è valido solo durante il periodo del mini-basket. Quello che è importante per un solo periodo di vita sportiva non è detto che debba diventare una regola assoluta. Nessuno nega che il passaggio sia un fondamentale “veramente” importante, però come tutti gli altri.
Anche il palleggio? Durante il mini-basket, va fatto, ma solo nella forma del ball-handling. Una scelta importante. Dopo, il suo uso diventa una preferenza razionale del giocatore.

Infatti, dopo il minibasket , il lato entusiasmante di tutto il processo è legato alla considerazione che deve essere lui, giocatore, a comprendere pian piano come usare i fondamentali tatticamente, fintando in modo imprevedibile, per battere l’avversario.
L’allenatore non sta ad osservare passivamente, anche in questo caso è pronto a fare scelte tecniche per favorire il talento dei suoi ragazzi.
Se dovessi sbilanciarmi verso una scelta prioritaria, riferita ai fondamentali del Basket, proporrei “Il Tiro” ,in tutte le sue forme, soprattutto quello scoccato da fuori area (2Pt. e 3Pt.).

Vogliamo ora analizzare la scelta che dice : “Si insegna prima la difesa individuale, poi quella collettiva (pensando alla zona) perché con più la prima è forte , maggiore efficienza avrà la seconda”. Siamo dentro, o ci immergiamo, nel periodo dove il regolamento lo permette, naturalmente. Chi non è stato tentato dal credere che questo detto sia una verità assoluta? Ci abbiamo creduto anche noi , ma ora non più perché, dopo tante esperienze, pensiamo che le scelte vanno anche riferite all’ambiente in cui si lavora , all’età degli allievi ,alle loro capacità e, soprattutto alla loro motivazione.
Gli allenatori che abbracciano l’aspetto ortodosso della tecnica , di solito sono abituati ad allenare nei grandi club dove (purtroppo) si guarda poco al lato umano e molto alla produttività. Gli stessi si trovano poi malissimo se dovesse capitare loro di avere ragazzi, da allenare, con capacità psicologiche-fisiche-tecniche medie o scarse.

Ambiente ed età.

Noi insegniamo l’attacco alla zona fin dalle elementari. L’avviamento al gioco inizia con l’attacco al “Castello”. Anche la favola di “Arturo il canguro” lo sottolinea. Siamo consapevoli che il divertimento, il coinvolgimento , l’aspetto socializzante che si raggiunge insegnando il basket partendo dall’attacco al “Castello” debba essere ritenuta prioritaria rispetto alle scelte prettamente tecniche prime sottolineate.

L’attività sportiva all’Elementare è un modo formidabile per far vivere ai bambini una vera esperienza di squadra dove questo tipo di socializzazione li aiuterà a passare dalla fase egoistica a quell’altruistica. Scegliere per loro e non per il “basket” diventa importantissimo, sempre secondo la nostra idea, naturalmente.
Com’è possibile insegnare la tecnica a questa età? Occorre trovare un gioco (avviamento al basket) che li faccia, fin da subito, entrare nello suo spirito (del gioco). Vengono comunque soddisfatti anche alcuni concetti tecnici che prima o poi una squadra deve affrontare. Quali? Semplicemente il fatto che, per esempio, appena terminato l’attacco si debba subito rientrare per difendere (tutti insieme) la propria area, in questo caso il “Castello”.
Chi pensa che questo sia scontato non si rende completamente conto della realtà dei bambini “principianti” d’oggi. Riferito all’attacco, occorre far comprendere, innanzitutto, come si possa tentare di fare un tiro veloce (CP) prima dell’organizzazione, semplicissima, dell’attacco stesso.
In questo particolare caso, prima di scoccare un tiro, tutti devono avere avuto il possesso della palla (socializzazione). Vengono limitati le fonti dell’egoismo e del condizionamento cestistico che sono il palleggio e la difesa. S’impara ad allargare e stringere che è anche un concetto di psicomotricità di squadra. Il canestro delle bambine vale 3Pt. , e questo è un grande concetto socializzante per l’età, che le rende protagoniste. Insomma, riteniamo che far giocare una classe di 25 bambini, maschi , femmine e bambini portatori di leggeri handicap, sia una esperienza che non si raggiunge sicuramente attraverso l’insegnamento tradizionale del basket. In questo modo ci siamo riusciti, per la gioia di tutti. Maestre comprese.

Ambiente e capacità fisiche.

Partiamo dal presupposto che si allena in modo diverso a seconda dell’ambiente e lo abbiamo sottolineato nella Scuola Elementare. Molti non sono d’accordo e questo è comprensibile. Soddisfa la definizione: Il basket è uno sport opinabile”.

Ci ripetiamo solo per sottolineare, naturalmente. Cosa s’intende, con la definizione di “ambiente”? Facciamo rispondere allo psicologo: “Considerando il “mondo” della scuola elementare, l’ambiente diventa campo d’indagine e d’azione dove l’aspetto umano ha la priorità. La complessità insita in questo concetto d’ambiente rende indispensabile la compresenza di diverse competenze e modalità di lettura per realizzare un intervento sportivo in cui l’azione possa interagire attraverso “feedback” positivi in vista di nuovi e proficui equilibri”. Detto in questo modo mi sembra esaustivo.

Noi abbiamo visto “l’ambiente” della scuola elementare e ci siamo subito adattati. Che senso ha l’ortodossia tecnica in questo luogo?
La difesa a “uomo” si potrà farla eseguire , comunque e sempre, durante l’allenamento del pomeriggio, quando i bambini andranno alle lezioni presso le “Società Sportive”. Lo faranno con lo scopo di presentarla al più presto in gara, cominciando l’apprendimento secondo un altro progetto didattico.

Tuttavia, difendere a zona , come inizio, piuttosto che a “uomo” è una scelta valida anche fuori del periodo delle elementari. Un esempio? Atterriamo nel tempo consentito dalla federazione e supponiamo di avere nel gruppo alcuni ragazzi con scarse capacità fisiche in mezzo ad altri un po’ più forti, tutti appartenenti alla stessa squadra. Perché guardare solo al futuro dei più forti? Perché non si deve tentare di far giocare tutti un po’, magari con la stessa (o quasi) partecipazione? Perché non mirare anche in questo caso, fin da subito, alla costruzione del gruppo come meta prioritaria? Spieghiamo meglio, ma mi sembra che sia già chiaro. Avendo come scopo principale la meta di entusiasmare ed appassionare ,perché non tentare subito la strada della zona? Non riusciranno più a difendere “bene” individualmente? Non dipende dall’allenatore e dal suo “progetto” la capacità di difendere con intensità a uomo.
Il ragazzo non conta? Le abitudini “sbagliate”, seguendo una strada piuttosto che un’altra, secondo l’ortodossia, potranno essere modificate in futuro dal nuovo “bisogno” del ragazzo? Non vogliamo lasciare l’interrogativo sospeso nel vuoto perché, secondo la nostra esperienza, siamo sicuri che il ragazzo ce la farà… se la riuscita dipenderà dalla soddisfazione di un suo bisogno.

Si può giocare una difesa “aggressiva” coi i principi della “zona” che contenga anche quelli della “uomo”. Certo lo spirito è diverso, ma secondo la nostra opinione entrambe le difese andranno conosciute. Coloro che pensano all’impraticabilità di questa strada hanno soprattutto il concetto, la presunzione, che è il loro indirizzo tecnico che determinerà l’apprendimento dello spirito difensivo.
Cominciando a zona , non diventeranno mai buoni giocatori. Non siamo d’accordo. Comunque, esistono diversi ambienti e nessuno può ignorarlo. Allenare nelle grosse società e nei club minori non è la stessa cosa. Gli ambienti, intesi come condizioni sociali e fisiche, sono vari e differente sarà la strada tecnica da percorrere.

Spesso “l’ortodossia” degli allenatori fa si che non ci si renda conto, per esempio, che l’annichilimento dei loro ragazzi, sconfitti per una scelta tecnica , deve essere evitata. Soprattutto all’inizio, ma siamo convinti che si debba e si possa (tranquillamente) cercare di farlo sempre. L’apprendimento del basket dipende soprattutto dalla volontà e capacità dei propri ragazzi e non (completamente) dall’insegnamento dell’allenatore. Un bambino gracile e timido non sarebbe in grado di giocare individualmente e sentirsi utile alla squadra, mentre con la difesa a “zona-aggressiva” si sentirebbe più protetto in difesa, offrendo magari un ottimo apporto in attacco. E’ più importante lui oppure l’ortodossia tecnica?
Nelle piccole società si ragiona cosi!
Per soddisfare la “tecnica” non si può sacrificare il concetto di “vittoria” a priori. Si fa presto a definirla NON una priorità assoluta, snaturando così l’indole umana con l’umiliazione. Siamo d’accordo sul fatto che la “vittoria” non sia una meta prioritaria, ma bisogna fare di tutto per raggiungerla. Vittoria e sconfitta fanno parte del risultato, che va comunque “gestito” in modo positivo dall’allenatore.

Ci sono certi tipi di zona che permettono di abituarsi a mantenere un’indiscussa aggressività. I giovani l’applicano con sicurezza sapendo che, dando il massimo (pur essendo scarsi fisicamente), si è aiutati dalla squadra. D.B.,un mio allievo ,non avrebbe mai potuto giocare una partita vera, con la possibilità di mettere in mostra la sua abilità in attacco, se non avessimo scelto di giocare la “zone-press 1-3-1”.
Ora, dopo alcuni anni gioca tranquillamente a uomo, anche se il suo fisico non gli permette ancora di essere efficiente, ma si applica senza danneggiare la squadra. Per noi questo è un grande risultato. Il suo futuro è stato assicurato perché è rimasto dentro al gruppo.
Ho visto molti ragazzi cambiare completamente l’atteggiamento difensivo una volta raggiunta la crescita fisica.

Poiché analizziamo il caso di piccole società, dare l’opportunità di vivere ugualmente l’ebbrezza del gioco, di sentirsi importanti dentro la squadra, non è forse una scelta prioritaria rispetto alla tecnica ortodossa? Siamo poi sicuri che, un domani, questi ragazzi non diventeranno campioni perché abbiamo scelto male “tecnicamente”.
Con la crescita fisica e la loro volontà, saranno abili, secondo il loro talento, anche nella difesa individuale. E’ solo grazie alla loro volontà e al talento individuale che emergeranno. Non sarà a causa della nostra scelta se non raggiungeranno ottime mete individuali, sia difensive che offensive.

Conclusione
Secondo il mio pensiero, con le nostre scelte d’allenatore, incidiamo nella crescita tecnica per il 5-10% delle possibilità del ragazzo di talento. Il suo futuro non ci appartiene, anche se le scelte sono state positive non abbiamo “creato” nulla.
Tutto dipende dalle sue capacità , personalità e bisogno di riuscire. Come dice il mito religioso, il ragazzo non ci appartiene perché è la sua personalità che conta e appartiene alla vita o, comunque, al basket. Tutto questo ha un senso perché lo sport lo si può apprendere anche da soli, se si hanno le capacità intellettive, fisiche e la voglia di farlo. Tutti gli allenatori sono consapevoli di questo?
Solo quelli che promuovono l’auto-allenamento. A nostro avviso, naturalmente.

“VADEMECUM” PER ALLENARE By Zet

June 19th, 2009

Il “Vademecum” è una linea guida da portare con se quando si allena ed è basata sulle definizioni del basket. Non è un libretto portatile, è molto meno “pesante”. Le “definizioni” sono portate a richiamare in poche parole le “nozioni” principali per allenare che, in fondo, è un’arte personale.

partita-a-scacchi1

“Il Basket è una partita a scacchi giocata con i fondamentali a vari livelli di esecuzione…”

“IL MONDO DELLE DEFINIZIONI DEL BASKET”

La definizione è un’operazione culturale, un mini-discorso filosofico, una dialettica logica ,di sintesi, un’analisi consistente nel scegliere e nell’illustrare degli aspetti essenziali sportivi, utili in questo caso per l’apprendimento del basket.

Il “mondo” per le idee dell’insegnamento del basket può essere rinchiuso in poche righe. Questo è il “vademecum”, dove teoricamente è tutto più semplice e immediato. Le definizioni, infatti, ci indicano cosa fare e hanno un collegamento personale con il nostro metodo e la nostra didattica, che rappresenta il mezzo per essere “facilitatori di apprendimento”, ovvero allenatori.
Molto diverso è il problema dell’insegnamento, se non viene affrontato nel modo giusto. Insegnare ed apprendere sono strettamente connessi, ma non sono la stessa cosa.
Per questo motivo, “chiarezza-accessibilità-semplicità-divertimento-dimostrazione-progressione didattica”, sono riferimenti importanti del nostro modo di allenare, della nostra didattica, che è l’arte dell’insegnamento. E l’apprendimento? Dipende soprattutto dall’allievo, dalla sua motivazione , ma anche da come riusciamo a stimolarla.
Poiché siamo sul tema , definiamo anche l’apprendimento, perché appartiene allo stesso mondo culturale.

L’apprendimento è l’acquisizione di conoscenze in vista di uno scopo, di un bisogno da soddisfare. E’ un comportamento motivato e orientato, che non è riducibile ad uno sterile meccanismo d’assimilazione di contenuti privi di un “significato emotivo” per la persona che apprende. Va da sè che l’apprendimento è un processo mentale complesso , risultante dall’insieme di motivazione, emozione, memoria, pensiero e quant’altro.

Perché le definizioni sono importanti? Semplicemente perché il basket è un “mondo” d’idee da esplorare. E l’idea in sé non rappresenta ancora niente di pratico; per passare ad un progetto realizzabile è necessario definirla, sforzarsi di concretizzarla in una linea precisa e reale che stabilisca:
Le caratteristiche, gli aspetti principali dell’idea presa in esame;
La sua utilità nel processo d’apprendimento;
Le linee fondamentali da seguire per farla comprendere e apprendere.

Per questo motivo anche la definizione di “apprendimento” è stata necessaria. Siete d’accordo? Perciò, occorrono tratti fondamentali per intervenire, entrare in sintonia e stimolare i bisogni dei nostri allievi.
Collegandoci con il “bisogno” mettiamo in movimento la “motivazione” del ragazzo e tutti gli aspetti della volontà che intervengono per raggiungere lo scopo. C’è un solo modo per seguire questa strada: far giocare ed appassionare i ragazzi attraverso il divertimento. E’ il primo passo, ricordiamolo, poi occorre fare in modo di lavorare sui fondamentali individuali e di squadra. Il “come” stabilisce se l’assimilazione è “sterile” oppure se l’apprendimento è motivato.

“Le definizioni sono un punto di riferimento, di partenza, per il processo didattico.”

Perciò, sono le definizioni che guidano e permettono di dare un riscontro filosofico a ciò che si pensa (idea) e che si vuole successivamente realizzare in campo. Avere del caos in testa vuol dire naufragare nel mare delle idee del basket senza una “bussola” efficace. E’ facile perdersi. Andare ai Clinics o alle riunioni del PAO per ascoltare le esperienze dei vari allenatori, non è sempre valido, ci si può smarrire, perché ogni idea “raccontata” sembra perfetta. Attenzione! Quanto ci viene spiegato è sempre riferita alle caratteristiche dei giocatori del relatore. A volte, la tentazione di abbandonare il proprio “credo” è grande e quasi spontanea. Con questo voglio dire che è importante andare ad ascoltare le idee degli altri coaches, ma occorre saper scegliere.

Va da sé che la definizione (in generale) è utile poter confrontare e risolvere “la confusione” che può nascere dentro di noi. Se un collega in un clinic ci illustra il “Flex Offense” e lo fa bene, non bisogna pensare che si risolveranno i problemi della propria squadra, copiandolo. E’ bene ricordare anche la definizione che dice: “Il basket è tiro e rimbalzo”, ovvero la capacità d’esecuzione di due fondamentali importantissimi. Diventando “padroni” di questi due fondamentali tutto il resto diventa alla nostra portata.
Quando abbiamo bisogno delle definizioni? Nel caso appena annunciato, ma soprattutto quando si incomincia a programmare il lavoro con un gruppo nuovo, perché è difficile conoscere tutti i pre-requisiti, avere certezze, idee precise. Quasi sempre si è costretti a seguire, incanalarsi almeno un po’ dentro strade diverse dalla precedente esperienza. Solo le definizioni rimangono un punto di riferimento, sempre valido, che aiuta a trovare anche nuovi percorsi, accessibili per i futuri allievi. Un esempio? Provate a pensare al fatto che una squadra può trovarsi nella situazione di giocare in una categoria superiore, semplicemente perché ha vinto il suo campionato. Che fare? Una valanga d’idee e supposizioni entrano a far parte dei pensieri della società e del coach. L’idea dominante è rappresentata dal fatto che tutto sarà diverso, che saranno necessari dei cambiamenti. E allora? Da dove cominciamo? Ci sarà una definizione a cui legarsi? Una sola? Forse è troppo poco, ma potremmo intanto dire che:

“Il basket è uno sport d’abitudini giuste, adeguate al livello di gioco in cui si è impegnati”

Non è come avere la bacchetta magica, ma intanto occorrerà conoscere il livello di gioco, quello nuovo, che sarà più difficile da affrontare. La possibilità di poter “giocare” ad un livello più “alto” di gioco da cosa dipende? Viene stabilito dalla capacità del tiro da fuori e dalla difesa, che significa essere in grado di mettere sulla bilancia la tecnica, insieme alla propria fisicità . Possedere quindi la forza fisica è il primo punto, poi velocità di esecuzione e mentalità di combattimento completeranno il quadro. Basta cosi? Chi non ha mai giocato a basket ha poca percezione sulla parola “magica” di questo sport. Non bisogna mai dimenticarlo, tutto si risolve con l’imprevedibilità (del giocatore e della squadra) ,che è il sale del basket.

Con le definizioni si può dare un senso al proprio sistema o modo di fare basket, ci si può procurare sicurezza nel procedere senza pensare di avere scoperto l’arcano. Le definizioni sono sempre state, a mio avviso, un punto di riferimento importante perché sono un modo semplice per concretizzare l’idea, e permettono di seguire anche il percorso giusto d’insegnamento. Non abbiamo ancora fatto nulla di pratico, ma conosciamo il percorso, la via da percorrere. Avere una filosofia è importante, non è un palliativo.

LA DOMANDA E’: “COME E’ POSSIBILE DEFINIRE IL BASKET?”

Poiché le risposte sono tante, diciamo che ognuna di loro rappresenta un’idea da mettere in pratica. Il “come” farlo spetta a noi allenatori e dobbiamo realizzarlo secondo la nostra cultura e personalità.
E’ sempre importante ricordare che : “Allenare è un’arte che implica una cultura globale complessa, pertanto è impensabile che possa essere alla portata di tutti. Lo possono fare quelli che hanno una predisposizione e sensibilità alla psicologia dei giovani ed una capacità di guidarli per il miglioramento della loro personalità. Non ci sono solo i giovani, molti hanno la cultura e capacità di guidare gli uomini. Spesso, chi ha la preparazione per guidare gli adulti non è in grado di stare nel mondo dei giovani. E viceversa. Sono due facciate estremamente diverse. Un quadro interessante delle capacità dell’allenatore che deve essere un “facilitatore di apprendimento”,avere quindi la capacità di concretizzare tutto il suo sapere, ma anche mettere sul campo il sentimento. Infatti, allenare i bambini significa “annullarsi” per immedesimarsi nella squadra: i bambini giocano e l’allenatore gioca “come” loro. Manca solo la “cornice” a questo quadro. In entrambi i casi c’è anche l’aspetto tecnico da considerare. Cosa voglio dire? Sia che si guidano bambini o uomini occorrono idee che vanno realizzate partendo dalla loro definizione che ha il valore nell’indicare solamente un percorso. ”

1.LA PRIMA DEFINIZIONE, MA NON COME IMPORTANZA, CI RIGUARDA

“Il basket è uno sport opinabile”

La definizione è utile perché ci fa comprendere che il lavoro deve essere prodotto secondo le nostre opinioni d’insegnamento (facilitatore di apprendimento?) che hanno bisogno di una libertà che è opposta alla standardizzazione dell’insegnamento.

Quella che avete appena letto, non è una definizione che stabilisce come concretizzare un’idea tecnica, ma istituisce una filosofia esistenziale. La scelta di parlarne subito deriva dal fatto che, questa definizione, ricorre immancabilmente quando ci si confronta con altri colleghi ed è intrinseca alle altre definizioni con caratteristiche tecniche.

“Opinabile” è un aggettivo che indica la mancanza di certezza assoluta nell’insegnamento e stabilisce che nessun allenatore ha la “chiave” per definirsi depositario della verità .
Se fosse così opereremmo tutti in modo uguale, ci sarebbe una “standardizzazione dell’insegnamento”. Alleneremmo tutti come Messina o Peterson perché sono quelli che hanno avuto maggior successo. Invece il loro modo di istruire è personale , va bene solo per le loro idee e cultura. Nessuno pensi che sia possibile imitarli. Si possono condividere alcune loro idee perché sono anche alla portata del modo di pensare il basket , quello che rappresenta una base per tutti gli allenatori. Tuttavia, “come” i grandi maestri le realizzano è scarsamente imitabile.
Le idee si sviluppano nell’arco dei propri pensieri quando la mente, tenuta sotto sforzo grazie a dei ragionamenti, sforna ogni tanto delle vere e proprie “genialate” che sono alla base dei propri pensieri, ma con riferimento ai ragazzi che stiamo allenando. Per questo motivo sono opinabili.

Perché manca la certezza, la verità assoluta? Semplice. Perché, come già detto, nessun giocatore, al quale vogliamo fare apprendere il basket, è uguale all’altro. Anche la squadra o il gruppo precedentemente allenato da noi stessi non sarà uguale al prossimo. Sicuramente gli esercizi per l’apprendimento dei fondamentali possono essere simili, ma il modo di sfruttare le loro caratteristiche psicologiche-fisiche-tecniche, nel gioco (5c5), non possono essere uguale alle precedenti esperienze.
Quindi ci sono diverse variabili nell’allenare, scelte che dipendono dalla cultura e personalità di chi allena, ma anche preferenze che derivano dal continuo cambiamento degli allievi e dell’ambiente in cui vivono. Queste varianti vanno considerate? Sicuramente.

Va da sé che il modo di allenare di ognuno di noi, la sua riuscita, è riferita solo alla propria squadra, tenendo conto del livello (psicologico-tecnico-fisico) dei giocatori, con una meta indirizzata al miglioramento della loro personalità (favorire la creatività e capacità di auto-allenamento per il raggiungimento della autonomia in campo). Le torte non riescono sempre col buco, nel senso che la gestione delle variabili sul campo può trovare ostacoli imprevedibili , difficili da superare.
Se cambiano i ragazzi e l’ambiente, non è detto che ci sia nuovamente il successo del nostro lavoro, se proponiamo gli stessi programmi. L’insuccesso può derivare dal fatto di non avere fatto i dovuti adeguamenti psicologici-fisici e tecnici coi nuovi ragazzi oppure non avere preventivato gli ostacoli dell’ambiente sempre più spesso rappresentato dalla invadenza dei genitori.

A rendere variabile il rapporto di insegnamento-apprendimento è anche il metodo (analitico-globale-misto), la didattica (il procedere tecnico per raggiungere le mete del metodo), per non parlare del periodo storico in cui si allena. Cambia la società, si modificano le abitudini delle persone e bisogna tenerne conto. A stabilire l’efficacia del proprio lavoro nelle giovanili non è solo la vittoria, ma anche la crescita personale dell’allievo fino alla sua autonomia in campo. Alla fine di un’annata dovremmo ugualmente essere soddisfatti del nostro lavoro anche in mancanza del raggiungimento di traguardi sportivi (vittorie).

Tutti gli allenatori devono credere in qualcosa di personale. L’unico legame che unisce il nostro operato è il lavoro sui fondamentali nel senso che tutti lo devono fare , ma per il COME c’è spazio, per la soddisfazione delle proprie idee. Ecco una nuova definizione che va a pennello: “La pallacanestro è come una casa i cui mattoni sono fondamentali, ma gli stessi possono essere disposti e sfruttati in modo diverso , per renderla più bella e resistente”

C’è un’altra verità che riguarda la propria opinione. Non può essere stabile, fissa. Le esperienze fatte con un gruppo ci migliorano se pensiamo,innanzitutto, che non sono completamente ripetibili con un’altra successiva squadra. Per questo motivo è valido il detto di Mario Floris: “Non si finisce mai d’imparare…”
Le idee d’ogni allenatore sono migliorabili e servono per la crescita dei propri allievi. E’ come percorrere una strada che va verso l’infinito, sorretti dalla propria passione.

Poiché il basket è uno sport opinabile , ogni allenatore deve difendere con sicurezza le proprie idee (dire il perché si comporta in un certo modo) anche se vanno contro-corrente, ricordando però che il prodotto ultimo del suo lavoro , se opera nelle giovanili, per un certo periodo di tempo, deve essere “un giocatore autonomo in campo.” Per questo occorre che l’allenatore ricordi di promuovere il metodo d’auto-allenarsi e promuovere la “conoscenza” ( il perché delle proprie azioni) che è lo spirito del basket. Va da sé che, se queste sono idee applicabili, devono essere definite per concretizzarle.

2.LA SECONDA DEFINIZIONE, LA PIU’ IMPORTANTE

“Il basket è uno sport di situazioni”

situazione-rimbalzo

Questa definizione è utile quando si vuole insegnare il gioco (5c5) ai principianti nelle situazioni più frequenti (fasi offensive–difensive) e allenare quelli più esperti nelle circostanze normali e speciali, sempre offensive e difensive.

Conoscendo le situazioni, sapremo giocare o solo eseguire?
Questa domanda ci collega al fatto che l’apprendimento del gioco non è così scontata col riferimento alla sola conoscenza delle situazioni. Dipende dall’abilità del giocatore nel livello di gioco raggiunto. Cosa voglio dire? Ci sono sempre avversari da battere, spazi da rispettare e principi di gioco da sfruttare. Dipende soprattutto dall’interpretazione dei giocatori. Va da sè che “eseguire” e “giocare” sono due cose diverse. Saper giocare vuol dire prendere iniziative, responsabilità e imprevedibilità nel battere gli avversari.

Quindi , si può parlare del gioco (5c5) fatto di situazioni , per un apprendimento generale dello stesso, ma non si risolve certo il problema del “saperci giocare” con autorità, che è un problema molto più grande. Andremo quindi per gradi.

Intanto è importante iniziare e sapere COME comportarci nelle varie situazioni, con quali idee tecniche ci si prepara, per esempio:
•Nelle rimesse,
•Durante il T.L.,
•Nella lotta sotto i tabelloni,
•Nel CP
•Contro la difesa schierata.
•Per allargare il gioco
•ecct

APRIAMO UNA PARENTESI
Dopo l’apprendimento del comportamento generalizzato nelle situazioni, si può parlare del gioco “vero”, basato sui principi inerenti a:

1.Come stare in campo (prontezza, concentrazione, spaziatura, tempo, allargare il gioco);
2.Quelli didattici (inerenti al comportamento della difesa: leggi la difesa, ma non solo perché bisogna imparare a batterla);
3.Quelli inerenti alle collaborazioni (iniziamo con le collaborazioni tra due attaccanti);
4.Quelli fatti per i giochi speciali , creati per sfruttare le capacità dei propri ragazzi , con l’uso particolare dei fondamentali.

Passato il periodo del mini-basket, poiché la situazione che maggiormente ricorre è quella realizzata nella metà campo, con gli spazi ridotti, il modo di giocare insieme ai compagni (5c5) diventa quello più importante. Occorre assolutamente che sia appresa la pallacanestro attraverso i suoi principi, ma non solo. E’ la capacità di battere il proprio avversario con palla, senza la stessa e a rimbalzo, che diventa assolutamente importante. Anche qui le idee sono tante e altrettante le definizioni. Occorre farlo dentro un gioco “speciale” di squadra , con lo sfruttamento dei fondamentali, adatto alle capacità dei propri allievi.

L’INSEGNAMENTO DEL GIOCO (5c5) SECONDO LA DEFINIZIONE

A seconda dell’età, le varie situazioni (per insegnare il gioco) vanno interpretate con la limitazione, più o meno grande, dell’uso dei fondamentali. Questa affermazione è valida almeno all’inizio del minibasket, ma anche per gli allenamenti dei più grandi. Le limitazioni di certi fondamentali sono utili per migliorarne l’uso degli altri. E’ possibile affermare che:
“A tutti i livelli di età, si insegna il gioco (5c5) con le situazioni. Per farlo apprendere bisogna considerare anche l’ambiente in cui si opera e le capacità psico-fisiche e tecniche dei ragazzi a disposizione. Per esempio, l’ambiente scolastico della prima infanzia è diverso da quello delle società sportive e bisogna tenerne conto.”

attacco-alla-cfr1

Alle elementari, partendo dalle terze classi, facciamo giocare quasi subito, perché c’è bisogno di gioco, col supporto soprattutto del passaggio e tiro, ma anche del palleggio. Insegniamo il gioco (5c5) nella sua essenza, la reazione attacco-difesa (con possibilità del contropiede), ma con limitazione della difesa.
Il palleggio è usato, ma trascurato. Le situazioni su cui giocano? Attacco alla difesa schierata con passaggio e tiro. Rimessa e transizioni non sono ostacolate. Si accenna alla situazione del CP, soprattutto su passaggio intercettato. La crescita di livello tecnico prevede l’inserimento della situazione “rimbalzo-apertura” con successivo passaggio avanti.
Utilizziamo pochi esercizi: per il tiro e distribuzione dello spazio.

La distribuzione dello spazio è un dettaglio (principio) importante da apprendere. Partiamo dal 5c5 : “attacco alle circonferenze”
Quando l’allenatore passa la palla agli attaccanti fa la domanda: “Quanti giri riuscite a far fare alla palla intorno alla circonferenza in 30”, oppure un minuto? I difensori possono uscire dalla circonferenza solo con le braccia.
E’ evidente che gli attaccanti devono spartirsi lo spazio intorno al cerchio e stare “larghi”. L’allenatore non da suggerimenti. Per i bambini non è scontato risolvere il problema, bensì una meta da raggiungere.
Se , invece della circonferenza il territorio da accerchiare è l’area, i difensori si disporranno dentro al “castello”. Non possono pestare le linee dell’area (trapezio). In questo caso la spartizione dello spazio avviene col passaggio della palla da “l’alba al tramonto”, ovvero da un angolo all’altro del campo. Al “tramonto” si scocca il tiro: se la palla entra , gli attaccanti mantengono il possesso. Chi segna regna è una regola da inserire in questo gioco. Se la difesa recupera la palla, esce dal “castello” per raggiungere in palleggio “l’isola della salvezza” che è il cerchio di metà campo. Possono giocare contemporaneamente almeno 20 bambini. Da li parte ogni attacco del gioco (5c5) nella sola metà campo.
Nell’attacco al “castello” mettiamo una regola: due attaccanti non possono stare nella stessa posizione. L’adattamento di questo avviamento al basket è giustificato dall’ambiente in cui si opera: maschi-femmine-handicappati e , soprattutto, dal bisogno dell’assenza dell’infortunio.

PER SFRUTTARE LE SITUAZIONI LA SCELTA TECNICA È IMPORTANTE

Gli stessi bambini che vengono di pomeriggio (8-9 anni) e sono all’inizio del minibasket, come apprendono il gioco? Giocano nelle “situazioni”, solamente con la limitazione del palleggio. Ovviamente , si curano di più le situazioni rispetto al gioco insegnato alle elementari.
Intanto la difesa è attiva, individuale, e a tutto campo.
A questo livello di gioco, le situazioni più importanti sono la rimessa della palla (in gioco) e l’idea tecnica del passaggio della stessa avanti. Perché la rimessa è importante? La squadra che la esegue è in sottonumero (in campo), non si sa passare la palla e bisogna smarcarsi. Ricordiamo che, nel mini-basket, si gioca prevalentemente in grandi spazi, tutto campo.
Su che basi viene appreso il gioco? I bambini cominciano ad avere l’idea dello spazio da utilizzare, della pericolosità, con palla e senza la stessa, a leggere la difesa nella situazione più semplice: tiro se si è liberi, passaggio o palleggio quando si è marcati. Dobbiamo fare apprendere il gioco dalle situazioni , ma occorre fare delle scelte tecniche. Ci vuole tempo e pazienza.

Le rimesse?Come?
Il CP? Come?
Il rientro? Come?
La difesa? Come?
Il Gioco?Come?

Ogni scelta sarà opinabile, da parte dell’allenatore, ma l’importante è essere liberi di farle, partendo dal presupposto che l’allenatore ha un’esperienza su cui contare.
E il gioco di squadra? Bisogna impararlo gradualmente attraverso i “principi” di gioco.
E’ il primo passo risolvibile col concetto della “pericolosità”,che va ovviamente spiegato .
Il secondo, fa ricordare che deve essere un gioco adatto alle caratteristiche psicologiche-fisiche e tecniche dei bambini , devono poterci giocare “sopra” senza troppo pensare ai movimenti, ma a battere il loro avversario. Molti allenatori , pensando all’importanza del passaggio, propongono troppo presto (alla fine del mini-basket) il “cinque fuori: dai e vai”, ma è sconsigliabile. L’importanza del passaggio non deriva dal fatto che occorre eseguire quella strada schematica (per l’uso dello spazio), bensì ricordare che questo fondamentale è utile nelle collaborazioni, per mantenere il vantaggio acquisito.

E’ interessante l’esempio avuto dall’attacco al castello, fatto alle elementari. Ripetiamo la situazione ambientale: ci giocano maschi, femmine e leggermente handicappati. Per loro, ma solo per loro, non c’è differenza con quello che vedono per TV.
“Attacco contro la difesa schierata, rientro in difesa…contropiede e tiro da fuori”. Semplicemente situazioni semplici che sono in grado di sviluppare. Sottolineiamo che la scelta di questo gioco è adatto all’avviamento del basket nell’ambiente della scuola elementare. Vorremmo anche mettere in risalto che non ci sono dogmi nel basket, non è accettabile nessuna critica , nell’operare in questo ambiente, a favore della tecnica. E’ la felicità dei bambini ad avere la priorità.

IL MINI-BASKET NELLA PRIMA FASCIA (9 anni)

Consideriamo la prima fascia ,con possibilità di gioco (5c5) quella della terza elementare(8-9 anni). La prima situazione di gioco (5c5) che devono apprendere è la rimessa della palla in campo.
•Dopo avere subito un canestro;
•Laterale
•Dal fondo in fase di attacco

Inizialmente li lasciamo liberi di fare un’esperienza, dicendo di stare larghi, ma in movimento.
Per quanto tempo usiamo questa procedura? I tempi per l’apprendimento di un movimento arrivano fino a 3-4 mesi, ma è chiaramente opinabile.

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I bambini devono muoversi liberamente per la ricezione del primo passaggio. Stanno larghi, ma si muovono per andare negli spazi. Come detto devono fare un’esperienza.
L’idea da trasmettere è quella chiamata “Vicini-Lontani” dove il movimento del bambino “lontano dalla palla” si avvicina per andare in “mezzo alla ragnatela dei passaggi”. Chiamiamo questo tipo di movimento: “Ragno”
La difesa in questo modo ha molte possibilità di movimento, lo spazio da amministrare non è solamente degli attaccanti.
Utilissiama è anche l’idea di andare dall’altra parte, come scambiadosi la posizione in campo

rimessa-treno1

Disponiamo poi gli allievi in campo “a treno”. Quando diamo questa indicazione, dopo la precedente, di solito non c’è più bisogno di perdere tempo, durante l’allenamento, per insegnare il gioco dalle rimesse. Attenzione, stare stretti per poi allargarsi liberamente, è un concetto di psicomotricità di squadra. Nessuno pensi a qualcosa di schematico. Si muovono liberamente anche da questa posizione. Partiamo con questa “idea” dalla rimessa, dopo un canestro subito. Prima “stretti”, poi “larghi” per ricollegarci alla loro prima esperienza.
Con questa rimessa i bambini apprendono che dopo avere subito canestro, ci si può muovere , per la rimessa della palla in gioco, senza avere l’obbligo del palleggio.
La difesa come si sistema? E’ costretta ad assumere posizioni compromettenti perché manca lo spazio. Come già detto, stare “stretti-a-treno” per poi allargarsi è un concetto di psicomotricità di squadra, viene utilizzato in prima elementare come socializzazione e conoscenza del proprio corpo in rapporto con quello dei compagni.

La seconda situazione di gioco (5c5) è il rimbalzo-apertura con successivo passaggio in avanti.

Ricordiamo sempre che i bambini devono avere fatto una attività propedeutica a questa situazione.
Gli esercizi devono essere semplici perché siamo nel primo periodo del mini-basket (8-9 anni). Dopo l’esercizio analitico è bene dare la possibilità di eseguirlo in un altro più complesso, per lo sviluppo del CP. I tempi di passaggio da un esercizio all’altro dipendono dalle capacità dei bambini. La grafica rappresenta l’esercizio semplice: lanciare la palla contro il tabellone e coordinarsi per saltare-catturare-passare.

rimbalzo-apertura1

Gara ai 30 passaggi, fatti con la palla alta: “passaggio due mani sopra il capo”. Il primo giocatore della fila (1) rimbalza la palla contro il tabellone, la cattura e, tenendola alta, la passa a (4).
Questi , col passaggio battuto a terra, rifornisce (2) che ripete l’esercizio. Dopo la prima gara si ripete cambiando le posizioni.

Terza situazione di gioco (5c5). La limitazione del palleggio: il movimento senza la palla di chi è più lontano (ragno)

Hanno conosciuto a 9 anni l’esercizio di passaggio a “treccia”? E’ arrivato il suo momento. Ci sono abitudini da far apprendere, nel far muovere i bambini tutto campo, mantenendo le distanze fra di loro e andare verso la palla per riceverla. Abitudini a stare stretti-larghi, vicini-lontani. Quando sono pronti, questa situazione di gioco 5c5 è senza dubbio possibile. E’ l’allenatore che stabilisce il momento. Dopo il primo passaggio, muoversi per aggredire la difesa. Sicuramente alla fine del mini basket devono essere in grado di farlo.

rimessa-aggressiva1

Il concetto del “ragno” è importante. Si muovono i giocatori più lontani dalla palla per andare in mezzo alla “ragnatela dei passaggi”.
Come detto, siamo alla fine del periodo del mini-basket.
La progressione didattica è partita dallo stare “larghi” e in movimento. Quindi, dallo schieramento “treno” i bambini si sono allargati e viene fatto il primo passaggio, per esempio a (2). La palla deve essere passata avanti perché non si può palleggiare. Si possono muovere tutti, ma soprattutto i due “ragni” più lontani dalla palla e cioè (3) e (4). Vanno in mezzo alla “ragnatela dei passaggi” per ricevere palla e passarla avanti. Anche il compagno (5) deve muoversi per occupare gli spazi lasciati liberi dopo il movimento dei “ragni”.Un ottimo esercizio per risolvere questa situazione è la “treccia a tre e a cinque”.

IL PALLEGGIO È IL GRANDE NEMICO DELLA PRIMA FASE DELL’ APPRENDIMENTO DEL GIOCO.
E’ un fondamentale discriminante che va regolamentato, ma solo durante il gioco 5c5. Il ball-handling è da farsi, perché riguarda una serie di esercizi importante per la coordinazione occhio-mano!!! La posizione fondamentale non deve essere trascurata e bisogna far “ricorrere” il suo uso in molti esercizi per l’apprendimento dei fondamentali: palleggio, passaggio, tiro,difesa.

LE ESERCITAZIONI PER LO SVILUPPO DEL SENSO DELLO SPAZIO SONO IMPORTANTI QUANDO SI INSEGNA IL GIOCO PER SITUAZIONI :
1.Correre e scivolare mantenendo lo spazio(distanza tra i giocatori);
2.Esercizio dell’accerchiamento (crf) per la distribuzione dello spazio;
3.La stella, ovvero lavorare insieme ad altri rispettando lo spazio, con uno scopo; è un esercizio di passaggio, movimento e tiro;
4.Passare e Correre in CP senza palleggio A DUE, TRE , ECCT

IL MINI-BASKET DELL’ULTIMA FASCIA

Alla fine del minibasket, inizio “esordienti”, le situazioni (attacco e difesa) devono essere conosciute ed interpretate secondo i principi di gioco. Su quali principi ci basiamo per essere “facilitatori di apprendimento”? Lo ripetiamo:

1-Riferiti al modo di stare in campo: occorre prontezza e concentrazione per la reattività, non disturbare (rispetto dello spazio del compagno) , allargare il gioco col palleggio.
2-Il primo principio è riferito alla pericolosità, leggendo la difesa, con palla senza la stessa e a rimbalzo; battere l’avversario significa prendere un vantaggio e mantenerlo:
3-La distribuzione dello spazio (schieramento offensivo) ed il movimento senza palla deve esser fatto senza disturbare. Allenamento per le situazioni tutto campo e metà campo. Ci vuole molto tempo per far rispettare il gioco (5c5) nella sola metà campo e si parte senza problemi dal caos.
4-Leggere la difesa è il più grande principio da rispettare. E’ fondamentale per poterla battere!

Le situazioni di gioco da conoscere giocando (5c5):

•Rimesse, tutte.
•Rimbalzo-apertura,
•Passare avanti, ci sono molti esercizi (Tic-Tac; treccia, ecct)
•Allargare il gioco,
•2c1,
•Collaborazioni a due.
•Giocare 5c5 nella sola metà campo. Gli spazi sono ristretti, la difficoltà è grande.
•Il primo principio della difesa è rientrare, stare “fra” , marcare faccia-faccia, ma dare un accorgimento per vedere la palla (contatto col giocatore che non si muove).
•Il secondo principio della difesa è il cambio difensivo perché bisogna ricordare che si gioca contro una squadra e non contro un avversario solo. Esercizio “handicap”;

3°-LA TERZA DEFINIZIONE, E’ RIFERITA AL MIGLIORAMENTO INDIVIDUALE

“Il Basket è : Batti il tuo uomo con la palla, senza e a rimbalzo”

situazione-partita1

Mi conforta che l’abbiano sempre sottolineato tutti gli allenatori di ogni periodo storico. Non è la “vera” pallacanestro (che per definizione è sport di squadra), ma una parte importante della stessa. Cosa significa “battere”? Come già detto, prendere un vantaggio e mantenerlo.

Questa definizione è il sale del basket perché comporta l’apprendimento dei fondamentali per il loro sfruttamento creativo e quindi una capacità d’essere imprevedibili. Va fatto dentro lo spirito di squadra e questo può creare squilibri psicologici se non viene riconosciuto da tutti i componenti della stessa.

Per battere l’avversario quando si è in possesso della palla bisogna saper tirare, palleggiare e passare. Questi fondamentali hanno una valenza positiva quando l’apprendimento non si ferma alla fase della esecuzione , ma si passa dalla iniziativa alla creatività. E la creatività è tale quando non è suggerita, ma diventa una conquista personale.
Ecco perché si consiglia ai propri bambini di vedere come giocano i più bravi. Quando e come? Nel tempo va sviluppata questa idea di battere l’avversario,rispondendo alla domanda . Bisogna innanzitutto che vengano appresi tutti i fondamentali, “sopra” i quali ,chi ha talento, può aggiungervi la propria pallacanestro basata sulla creatività.
Battere l’avversario senza la palla significa tagliare davanti e dietro, quando si è vicino alla palla. Andare in mezzo alla ragnatela dei passaggi se si è lontani dalla stessa.
La lotta al rimbalzo è l’essenza del basket. Bisognerebbe giocare per ore in questa “situazione”. Comporta l’esercitazione difensiva del taglia-fuori. “La guerriglia” è un ottimo esercizio per i bambini che hanno terminato (o lo stanno per fare) il mini-basket.
Ovviamente è opinabile, ma per la mia esperienza devo ammettere che,
nell’ultima fascia del mini-basket, questo esercizio è gradito perché divertente. E’ sempre riferito ai bambini che alleno. Anche quelli con poco talento combattono volentieri perchè è la volotà che conta.
Chi conquista il rimbalzo ha due avversari da superare, ma anche due allenatori in appoggio per passare loro la palla e riaverla, muovendosi dentro l’area. Se la palla esce , chi la recupera deve passarla ai Coaches.

guerriglia1

Chi realizza, segna un punto per la propria squadra e va dal primo compagno di fila per toccarlo ed inserirlo nel gioco. C’è quindi un attimo in cui ci sono solo due giocatori a rimbalzo. Ci vuole prontezza e concentrazione, ma anche destrezza nell’uso del proprio corpo. Niente palleggi. Gara ai 5-10 punti.

4°- LA QUARTA DEFINIZIONE (ha un risvolto didattico che va usato con intelligenza)

“Il basket è uno sport di regole e fondamentali, ma la priorità è nelle regole”.

il-basket-e-sport-di-regole1

Questo tipo d’intervento didattico va fatto tenendo conto che il basket è uno sport costruito sulle regole, ma il giocatore deve essere libero di fare una esperienza. Bisogna quindi lasciare , dare il tempo, affinché ci sia una possibilità per il giocatore di auto-correggersi nella esecuzione dei principi.
Si deve fischiare “passi” in allenamento se i ragazzi non sanno partire in palleggio, si POTREBBE fischiare “persa la palla” se non viene passata a chi è libero. Quest’ultimo è un principio di gioco che va compreso prima di essere “punito” con lo spirito del regolamento.
Come detto, bisogna lasciare il tempo necessario affinché il ragazzo si auto-corregga. Entrambi i casi mettono in evidenza le “regole”, perché anche i principi di gioco lo sono.

Non viene assolutamente limitata la sua libertà perché allora anche il regolamento la restringe. Va da sé che questa definizione ha un valore determinante per risolvere il problema dell’insegnamento del gioco, in modo didattico, togliendo ogni forma di coercizione e violenza verbale. Infatti, nel basket è la regola che stabilisce che non si può correre con la palla in mano e da qui la necessità d’imparare ad usare il palleggio. Quindi, è il regolamento che stabilisce la perdita del possesso di palla per l’infrazione commessa. In generale tutti i fondamentali devono essere eseguiti secondo le norme del regolamento, altrimenti si perde la palla. Su questo siamo tutti d’accordo. Questa idea è estendibile anche all’apprendimento dei principi di gioco che vengono insegnati dall’allenatore in palestra. La sua didattica faciliterà il loro apprendimento.

Ogni volta che si è cercato di migliorare la qualità del gioco si è tentato di farlo attraverso una nuova regola. Per esempio, portiamo il caso della linea dei 3Pt, molto contestata , ma che ha indubbiamente reso il gioco più spettacolare con l’incertezza del risultato. Chi ricorda il periodo storico precedente a questa regola , ha presente benissimo che il tiro da fuori era una prerogativa di pochi, ora tutti devono essere in grado di farlo. Questo per ricordare anche i lati positivi della regola. Abbiamo ricordato quest’esempio per dire che sono le regole che fanno cambiare il gioco , dentro il quale hanno la priorità, rispetto i fondamentali. Quante volte i bambini o gli adulti passano la palla e stanno fermi? Sono pericolosi? Dovrebbero eseguire almeno un “dai-e-vai” invece del “dai-e-stai” basato sulla pigrizia. Togliere il possesso di palla, come se avesse eseguito un “passi” in partenza , potrebbe essere un accorgimento per “facilitare” l’apprendimento.

LE ALTRE DEFINIZIONI

Abbiamo detto che il basket è un “mondo” sportivo pieno d’idee che devono essere definite per poterle realizzare. Per mettere in evidenza la necessità di una propria opinione viene spesso annunciato che:
“Il basket è un mare di idee dentro le quali è possibile annegare”.
In altre parole , sono le idee che contano. Non scopriamo l’arcano, è sempre stato cosi. Per avere un “Vademecum” personale è sufficiente definire ogni idea e svilupparla seconda le proprie opinioni. Ovviamente, si potrebbe scrivere un libro di basket perché attraverso le definizioni non si fa altro che sviluppare tutte le idee di questo sport.

Proponiamo quelle conosciute, ma solo per sottolineare che è possibile trovarne una infinità, ognuna riferita all’idea che si vuole considerare. Nel mio personale “Vademecum” ho analizzato solo queste:

1.Il basket è uno sport opinabile
2.Il basket è uno sport di situazioni;
3.Il basket è: “Batti il tuo avversario con la palla, senza la stessa e a rimbalzo”;
4.Il basket è uno sport di regole e fondamentali dove la priorità è delle regole;
5.Il basket è uno sport di collaborazioni
6.Il basket è uno sport di reazione;
7.Il basket è uno sport d’abitudini giuste;
8.Il basket è una partita a scacchi giocata a livello dei fondamentali individuali e di squadra
9.Il basket è tiro-rimbalzo;
10.Il basket è come una casa e la qualità dei suoi mattoni sono fondamentali;
11.Il basket è uno sport costruito sulle regole, ma il giocatore deve fare la propria esperienza
12.Il basket è un gioco di transizioni offensive e difensive
13.Il basket è il gioco del perché
14.Il basket è uno sport di scelte

FACILITATORI DI APPRENDIMENTO Di Mario Floris

May 11th, 2009

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Mario Floris è approdato alle nostre riunioni tecniche, della “E’ Vita Pallacanestro Budrio”, grazie all’interessamento di Bruno Boero. Eravamo curiosi di conoscere la sua filosofia, quella relativa al fatto che ogni periodo storico è diverso, ed altrettanto differente dovrebbe essere l’approccio dell’allenatore nei riguardi dei bambini che vengono in palestra.
Il termine “facilitatore di apprendimento” e la considerazione di far sentire il lavoro sui fondamentali come “bisogno” da soddisfare, la dice lunga sul suo modo di pensare.

Dice Mario : “Vi racconto la mia esperienza: alleno da 38 anni… dall’oratorio alla serie A maschile e femminile… passato attraverso esperienze di formatore… Ho avuto la fortuna di approcciare il problema da tante angolature… oggi lavoro a dei progetti di basket in carrozzina, bimbi autistici… il tunnel del “Palamaggiò” (guardare tra le fessure di una tenda, dentro il sogno…), equazione allenatore-facilitatore di apprendimento.
Mi sono fatto un’idea semplice: non si finisce mai di imparare… Scontato? Non direi. Agire fedeli a questa verità è molto difficile…”

Negli ultimi decenni, a fronte di una crisi profonda del mondo giovanile e ad una “crisi di sistema”, abbiamo però acquisito strumenti importanti di conoscenza:
•Preparazione fisica
•Preparazione tecnica
•Didattica
•Metodologia
•Ecct
In altre parole, i giovani hanno perso o stanno perdendo precisi riferimenti familiari, scolastici, luoghi come campetti , ricreatori od oratori dove potevano andare sicuri dal mattino sino a sera.
Bisogna tornare indietro affinché si possa constatare che i bambini “vivano la loro persona di bambini” ovvero “vivano il gioco come bambini”.
Teniamo conto che , anche dal punto di vista fisico-tecnico, essi hanno progressivamente perso:
•Forza
•Capacità polmonari
•Prensilità
•Capacità coordinative
•Snellezza che è il contrario della obesità infantile oggi dilagante.

Se il fondamentale è lo strumento per giocare, bisogna saper usare gli strumenti:

•Il bambino deve essere educato alla creatività;
•Deve saper giocare, non basta sapere eseguire:
•Chi sa rispondere a questa domanda: “Il bambino gioca oppure esegue?”
•Giocare vuol dire prendere iniziative e responsabilità, mentre coloro che semplicemente eseguono (senza giocare), non fanno né l’una cosa né l’altra.

Noi allenatori dobbiamo essere disponibili agli sbagli, agli errori perché in fondo sappiamo che nulla è giusto e nulla è sbagliato e che ogni sport è fatto di errori.
Però, nel basket non si può contrattare!!! Infatti, bisogna rispettare le linee del campo, le aree, la metà campo, l’altezza dei canestri, le regole di tempo e di gioco ecct.

1.Il primo requisito da ricercare è la “PRONTEZZA” dove s’intende la postura, la posizione, lo sguardo, la visione periferica e tutte le doti senza le quali non si può giocare , ma solo eseguire. Va da sè che per essere pronti occorre avere le gambe piegate.
2.Poi, viene la “IMMEDIATEZZA” che è una questione di mentalità . Ad esempio , nella pallacanestro, dopo ogni canestro non si ferma il gioco e bisogna essere “reattivi” per poter continuare. Solo se si è concentrati si può essere “immediati”.
3.Il terzo fondamentale da trasmettere è la capacità di “SPAZIARE” cioè essere pronti a dividere lo spazio a disposizione, sfruttando il proprio , senza disturbare quello dei compagni. Non si tratta di un “concetto” astratto ma è una vera concretezza, perché è inerente ad una logica pratica. Ad esempio, l’efficacia di un movimento è data soprattutto dal rispetto delle distanze tra i vari spazi a disposizione. Si pensi al tiro, al passaggio, alla penetrazione in palleggio, al marcamento difensivo, ecct. Tutto dipende dalla distanza tra i vari giocatori e dunque dallo spazio che li divide. Anche le posizioni in campo, statiche o dinamiche serviranno affinché la squadra non si disponga a casaccio, ma nella maniera più utile alla stessa.
4.Il quarto fondamentale riguarda il “TEMPO” che è legato a “QUANDO”. Un esempio? Semplice. Il momento di prendere una iniziativa, “quando” e a quale velocità:
•Passare la palla al compagno;
•Passare e tagliare (dai-e-vai);
•Passare ed allontanarsi (dai-e-cambia).

VA DA SE’ CHE QUESTI QUATTRO “PRINCIPI” SERVONO PER GIOCARE
Ovviamente, non sono i soli perchè riguardano a come stare in campo. Altri principi tendono a risolvere le problematiche contro il difensore diretto. “Leggi la difesa” è il principio più importante della pallacanestro, ma non è il solo. “Leggere” la difesa è importante per “batterla”, con la palla, senza la stessa e a rimbalzo. Saper giocare e non eseguire , significa prendere inziative in questo senso. Infine ci sono i “principi” che sono riferiti alle collaborazioni tra due o più attaccanti.

In ultima analisi “giocare” significa sincronizzare l’1c1 con la palla ,senza la palla ( e a rimbalzo). Prendere iniziative, ovvero, bisogna rispondere praticamente alla domanda:
COSA FACCIO, QUANDO….
•Quando il mio compagno gioca 1c1…
•Quando il mio compagno si sposta in palleggio…
•Quando il mio difensore mi anticipa…
•Quando la palla è per aria…

LO SVILUPPO DEI “BISOGNI”
In questo modo , e gradualmente, si sviluppano dei bisogni per poter giocare meglio.
Ad esempio:
•Sviluppare la mano sinistra;
•Tagliare davanti;
•Tagliare dietro;
•Andare a rimbalzo;
•Rimpiazzare;
•Anticipare;
•Scivolare
•Ecc

Un’attenzione particolare occorre darla alla presa della palla e bisogna sottolineare che va “catturata” con i piedi e con le mani. E’ il caso della ricezione della palla per andare al tiro. I piedi vanno “preparati” mentre si cattura la palla con le mani.
Nel tiro bisogna poi lavorare sull’ “orientamento delle spinte” tenendo presente che le “correzioni” non devono essere destabilizzanti anche perché noi allenatori dobbiamo sapere che:
“ NON ESISTE UNA ESECUZIONE TECNICA IDEALE”
L’esecuzione deve essere sempre personalizzata. Ad esempio nello “spezzare” il polso, non bisogna essere troppo rigidi. Un buon allenatore di settore giovanile deve essere un:
“FACILITATORE DI APPRENDIMENTO”
Va da sè che c’è differenza tra insegnamento ed apprendimento. L’apprendimento è l’acquisizione di conoscenze in vista di uno scopo. E’ un comportamento motivato e orientato, non è riducibile ad uno sterile meccanismo di assimilazione di contenuti privi di un significato emotivo per la persona che apprende. L’apprendimento è un processo complesso, risulta dalla compenetrazione di motivazione, emozione, memoria, pensiero.

Ecco i punti fondamentali della “filosofia” di Mario Floris

1°-SI LAVORA PER OBIETTIVI. Visto che il nostro traguardo, in questo campo, rimane la crescita dei ragazzi che affidano spesso a noi, insieme alla realizzazione dei loro sogni e la soddisfazione dei loro bisogni, non possiamo fare a meno di fare una riflessione che contempli il loro mondo che in fondo è anche nostro, anzi spesso determinato dalle scelte delle nostre generazioni precedenti.
•ASPETTO SOCIO-CULTURALE:
un saggio proverbio nordico diceva: “per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”… a testimonianza dell’esigenza di concomitanze e convergenze educative che la società di oggi non riesce a favorire per motivi facilmente individuabili nelle famiglie con doppio lavoro, spesso con orari non concordi, scuola in crisi rispetto a strutture e sistemi di istruzioni, oratori e luoghi educativi nel tentativo di trovare facili proseliti accondiscendono a un’assenza di valori semplici che erano un tempo capisaldi etici. Non bisogna essere sicuramente nostalgici anzi, bisogna essere pienamente inseriti nel tempo senza perdere di vista il fatto che se qualcosa “ha valore” bisogna essere capaci di non farlo passare di moda.
•EMOTIVO-MOTIVAZIONALE-PSICOLOGICO:
l’apprendimento qualitativo dei movimenti è il prodotto di interrelazioni componenti aspetti motivazionali, cognitivi, energetico-condizionali e coordinativi. La proposta che una scuola di sport, un allenatore, devono oggi fare, deve essere particolarmente intrigante ed esaustiva di bisogni che le nuove generazioni esprimono continuamente, dove i contenuti devono continuamente essere supportati da metodologie coinvolgenti perché il giovane allievo possa sentirsi coinvolto come attore principale nel suo processo di apprendimento.
•ASPETTO FISICO-TECNICO, studio parametri antropometrici, forza-prensilità, VO2 Max (capacità polmonare), capacità coordinative, individualismo esasperato.

2°-ESISTE UNA REALTÀ… dove si opera, capacità di relazionarsi, riflessione su livello e sulle caratteristiche della formazione, della preparazione, della tipologia delle lezioni.. Un altro aspetto importante che bisogna tenere in grande considerazione sono gli esempi visivi ai quali oggi i ragazzi e noi allenatori possiamo accedere con molta facilità. Bisogna evitare di eccedere in atteggiamenti limitativi rispetto alle iniziative che i ragazzi possono prendere cercando di emulare campioni che osservano e vedono continuamente perché in questo nodo potremo frustrarne le iniziative e impedire di far venire fuori quello che hanno dentro. Piuttosto dobbiamo essere in grado di mediare questi aspetti per far si che non si sentano sminuiti eccessivamente se non riescono nell’esecuzione di gesti impegnativi stimolandoli ad essere “campioni di se stessi”.

3°-CI SONO MIGLIAIA DI COSE che si potrebbero fare per raggiungere l’obiettivo… riflessione sui tanti mezzi oggi a disposizione, utili, esaustivi, intriganti, spesso generici. Infatti abbiamo
acquisito strumenti importanti di conoscenza come la preparazione fisica e tecnica, didattica e metodologia, uso dei filmati ecct.

4°-HO DECISO DI FARE… stimolare alla praticità, alla semplicità, alla funzionalità, alla creatività di ogni allenatore. Bisogna strutturare dei percorsi allenanti che tengano conto del tempo totale a disposizione (spesso il ragazzo che frequenta le nostre palestre ha a disposizione dalle 2 alle 3 ore settimanali), per questo una grande semplificazione del lavoro individuando logiche significative del gioco (come funziona), compiti dei singoli rispetto a queste logiche (cosa faccio quando… in riferimento alle sincronie di 1vs1 con la palla e di 1vs1 senza la palla e a rimbalzo) e gli strumenti fondamentali devono essere appresi in funzione di queste logiche senza l’esasperazione di un tecnicismo fine a se stesso.

5°-QUINDI VI PROPONGO UN ESEMPIO DI ALLENAMENTO, dove avendone definito l’obiettivo, ferme restando idee come: il giocatore deve saper giocare non solo eseguire pertanto prendere iniziative con consapevolezza e responsabilità, essere creativo, avere fiducia in se stesso e nel contesto, e soprattutto motivare e stimolare all’idea che ognuno deve diventare “il miglior allenatore di se stesso”, si può sviluppare come segue senza dimenticare che qualsiasi elemento di programmazione che si riferisce a delle persone va sempre considerato come ipotetico e solo nella fase pratica potrà avere la sua realizzazione definitiva. E senza dimenticare che i ragazzi sono unici, sempre diversi e sempre nuovi e che non si può operare per stereotipi.
•Creare il giusto clima psicologico, attivazione generale.
•Momento conoscitivo, attivazione specifica:

Giochiamo 3vs3 diversificato rispetto a lato del campo forte-debole, posizione (esterni-interni nelle diverse combinazioni).
N.B: Il fermo immagine chiaro delle situazioni definisce le priorità e supera eventuali stereotipi di “filosofia”. Guardare (chi, cosa, posizione del corpo) per prendere iniziativa. Tenere in considerazione l’aspetto dell’utilizzo della verbalizzazione nel processo di apprendimento, senza però dimenticare che spesso il tempo del gioco è completamente diverso dal tempo delle parole.

6°-CAPACITÀ DI SCELTA (COSA FACCIO QUANDO…)
Fondamentali di “concetto”: prontezza (essere nella condizione di… il gioco della pallacanestro per sua natura e logica è un gioco di transizione dove si passa continuamente da situazioni difensive ad offensive e viceversa , a tutto e a metà campo, in spazi ampi o ristretti in una sorta di concerto dove le diverse componenti si devono intrecciare per esprimere sonorità efficaci senza interruzioni prestabilite se non determinate dal regolamento del gioco. Pertanto sviluppare la capacità di essere pronti ed immediati, con la capacità di cambiare atteggiamento diventa elemento indispensabile per poter fare questo gioco in modo efficace), spazio (essere al posto giusto per poter giocare con gli altri e poter assolvere ai compiti, la distanza tra i giocatori determina spesso l’efficacia e la riuscita di una collaborazione attraverso l’utilizzo di un passsaggio), tempo (essere nella condizione di prendere iniziativa al momento giusto in modo efficace).
Fondamentali: gioco senza palla, passaggio-palleggio-tiro (ricorda il fondamentale deve essere funzionale, pertanto appreso all’interno di situazioni e in tal senso consolidato e quando viene rinforzato in situazioni “a secco” deve chiaramente essere riferito verbalmente alle situazioni di gioco .
Momento istruente: progressione didattica, assegnazione del compito, esecuzione-interpretazione dell’allievo, difesa guidata, difesa agonistica, uso della correzione.
Verifica parziale, totale.
Momento finale, scarico.
Riflessione: allenamento non buono se non ho imparato niente.

N.B. Alcuni aspetti che durante la conversazione fatta a Budrio non sono stati approfonditi, possono comunque essere elemento di riflessione e in seguito di approfondimento pratico.

7°-ALLA LUCE DELLE RIFLESSIONI ESPOSTE precedentemente in quest’ultimo periodo ho pensato di semplificare in qualche modo la programmazione di un percorso di apprendimento utilizzando 2 temi significativi rispetto alle logiche e alle caratteristiche del gioco della pallacanestro:

IL TIRO E IL RIMBALZO.
Tiro: inteso come sintesi completa dell’obiettivo del gioco che ha come logica significativa fare canestro e impedire agli altri di farlo. E’ facile pensare che ogni aspetto che riguarda l’esecuzione del gesto tiro può essere situazionato nel gioco e come tale essere preso come riferimento per l’approfondimento di altri elementi che possano riguardare le collaborazioni e gli strumenti tecnici fondamentali. Per esempio se mi riferisco alla presa si può facilmente ipotizzare che per una ricezione ci dovrà essere un passatore quindi l’approfondimento è doppio .
Rimbalzo: poco allenato, strumento straordinario per sviluppare reattività e tempismo, determinazione , volontà, elevazione dati da coordinazione, agilità, elasticità, velocità, forza esplosiva… prensilità, tutti elementi estremamente importanti per un giocatore di pallacanestro. Allenare il rimbalzo può essere abbinato facilmente all’utilizzo del “taglia fuori” quindi all’idea della sfida e della competizione, alla difesa sui tagli e quindi ad elementi importanti del gioco di squadra.

N.B. Tiro e rimbalzo possono essere sintesi ideali di un programma di lavoro.

CONCLUSIONE. Mi permetto alla luce anche della discussione che spero di aver esaurito nei paragrafi precedenti rispetto alle osservazioni e alle risposte, di proporvi un ultima riflessione: bisogna essere fedeli a se stessi e allo stesso tempo non diventare schiavi di se stessi e dell’immagine che ci siamo costruiti… per motivare ed educare alla libertà bisogna essere nell’intimità veramente liberi.

Mario Floris